Commento al Vangelo della XVI domenica del Tempo Ordinario 2018 (Mc 6,30-34)

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ASCOLTIAMO LA PAROLA

Marco 6 30Gli apostoli si riunirono attorno a Gesù e gli riferirono tutto quello che avevano fatto e quello che avevano insegnato. 31Ed egli disse loro: «Venite in disparte, voi soli, in un luogo deserto, e riposatevi un po’». Erano infatti molti quelli che andavano e venivano e non avevano neanche il tempo di mangiare. 32Allora andarono con la barca verso un luogo deserto, in disparte. 33Molti però li videro partire e capirono, e da tutte le città accorsero là a piedi e li precedettero. 34Sceso dalla barca, egli vide una grande folla, ebbe compassione di loro, perché erano come pecore che non hanno pastore, e si mise a insegnare loro molte cose. 

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MEDITIAMO LA PAROLA

Tutti coloro che lavorano hanno bisogno di prendersi un momento di riposo. Anche l’attività apostolica, come afferma Paolo che per lunghi anni l’ha svolta, è un duro lavoro (cf. 2Cor 11,23). Ecco la ragione per cui, al ritorno della loro missione, gli apostoli sono invitati da Gesù a riposare un po’. L’episodio in sé potrebbe apparire piuttosto banale, ma l’evangelista Marco lo riporta perché contiene messaggi importanti per i discepoli di Cristo, di ieri e di oggi.

Nella prima parte (vv. 30-32) vengono introdotti gli apostoli che ritornano soddisfatti dalla loro missione, si riuniscono attorno al Maestro e gli riferiscono quanto hanno fatto e insegnato. Dopo averli ascoltati, egli li invita a ritirarsi con lui, in disparte, in un luogo solitario, lontano dalla folla.

La scena di Gesù che si apparta con i discepoli si ripete spesso nel vangelo di Marco e prepara sempre una rivelazione importante. Dopo aver raccontato le parabole alle folle, Gesù, in privato, spiega ogni cosa ai discepoli (cf. Mc 4,34); “in disparte, lontano dalla folla” cura il sordomuto di Betsaida (cf. Mc 7,33); conduce Pietro, Giacomo e Giovanni sul monte della trasfigurazione “in disparte, loro soli” (cf. Mc 9,2); è in privato che risponde ai discepoli che gli chiedono spiegazioni sulla fine del mondo e sulla ragione per cui non sono riusciti a scacciare un demonio (cf. Mc 13,3; 9,28).

Nel nostro brano l’espressione in disparte è ripetuta due volte ed è accentuata dal fatto che Gesù e i dodici si trovano soli su una barca che, nel silenzio, lentamente si allontana sul lago.

Il primo messaggio, il più semplice e immediato, Marco intende rivolgerlo a coloro che, nelle comunità cristiane, hanno la responsabilità della presidenza e dell’annuncio della parola di Dio. Vuole che essi confrontino il proprio zelo apostolico con quello dei “dodici” e imparino a servire i fratelli con dedizione e amore.

Il messaggio principale è, però, un altro e va colto nell’espressione “in disparte” che dà il tono a tutto il brano.

Il servizio alla comunità richiede molto impegno e grande generosità, ma bisogna fare attenzione perché, facilmente, può trasformarsi in attività frenetica, valutata secondo i criteri della produttività aziendale; allora incombe, anche sui ministri più generosi, il pericolo di perdere il contatto con il datore di lavoro, cioè con Cristo e la sua parola.

Gli apostoli che si riuniscono attorno al Maestro e valutano, insieme con lui, ciò che hanno fatto e insegnato, mostrano quale dev’essere il punto di riferimento di tutta l’attività apostolica. Prima di mettere in atto progetti è necessario un confronto sincero con il Maestro, per ricevere da lui le indicazioni sul compito da svolgere e per sentirsi inviati da lui. Non si possono elaborare programmi senza un costante richiamo al vangelo. Le scelte, le iniziative che non nascono dalla preghiera, dalla meditazione e dalla riflessione comunitaria della parola di Dio, rischiano di essere dettate da criteri umani. Dietro il paravento delle opere caritative e benefiche, si celano, a volte, obiettivi meno nobili: ambizioni, interessi personali, volontà di competere, di imporsi, di fare prosèliti.

È vero che tutta la vita è preghiera, che nel povero si incontra Dio, che nel servizio al prossimo si opera in nome di Cristo, tuttavia, se non ci si ritaglia spazi e momenti di silenzio in cui si rimane soli con il Signore, se non ci si stacca dalle folle e dalle attività che assorbono tutto il tempo e tutte le energie, si finisce per atrofizzarsi.

Anche durante la realizzazione dei programmi pastorali ci si deve, in ogni momento, lasciar interpellare da Cristo; non può mai mancare il riferimento alla sua parola e, a opera conclusa, è sempre necessario ritirarsi in disparte, per valutare con lui, come hanno fatto i dodici, ciò che è stato realizzato. Solo chi procede in questo modo può alimentare la convinzione di non trovarsi nel rischio di “correre o di aver corso invano” (cf. Gal 2,2).

Il riposo di Gesù e degli apostoli dura poco, solo il tempo della traversata del lago.

Nella seconda parte del brano (vv. 33-34) eccoli, infatti, di nuovo in mezzo alla gente che, accorsa da ogni parte, li aspetta sulla riva.

Gli occupanti della barca rappresentano la comunità cristiana che, dopo essersi presa un buon momento per riflettere su se stessa e per stare con il Maestro, ora torna a servizio degli uomini. Il suo appartarsi non è stato una fuga, ma una ricarica spirituale. Quando i discepoli sono portatori di una parola divina che infonde speranza e comunica salvezza, sono sempre attesi con impazienza e accolti con goia.

L’incontro con la folla suscita in Gesù una reazione emotiva così forte che, per descriverla, l’evangelista ricorre al verbo greco splagknízomai, che esprime un sentimento di compassione così profondo e così intenso da poter essere provato solo da Dio. Nella Bibbia indica il gesto tenero e affettuoso del Signore che si china sull’uomo per fasciarne le ferite.

Marco ha già rilevato in Gesù questo sentimento quando un lebbroso, in ginocchio, lo ha supplicato (cf. Mc 1,40-41) e, di nuovo, lo rileverà nell’incontro con le folle affamate: “Sento compassione per la folla; ormai da tre giorni stanno con me e non hanno da mangiare” (Mc 8,2). La reazione di Gesù rivela la tenerezza di Dio di fronte al dolore dell’uomo.

Quando le miserie, i mali, il dolore sono causati dal peccato, la reazione spontanea e naturale è quella di attendersi o, se si tratta degli altri, addirittura di invocare la punizione divina, ritenuta espressione di perfetta giustizia. Nell’emozione di Gesù, la comunità cristiana coglie l’unico sentimento che anche lei deve lasciar trasparire: sempre e solo misericordia.

L’evangelista completa la scena con un’immagine d’una bellezza e d’una dolcezza incomparabili: “Ebbe compassione di loro, perché erano come pecore che non hanno pastore” (v. 34).

L’immagine richiama vari testi dell’Antico Testamento. Il primo riferimento è alla preghiera che Mosè fece al Signore, alla fine dell’uscita dall’Egitto. Temendo che, dopo la sua morte, Israele potesse rimanere senza una guida, preoccupato, implorò questa grazia: “Il Signore, il Dio della vita di ogni essere vivente, metta a capo di questa comunità un uomo che li preceda…, perché la comunità del Signore non sia un gregge senza pastore” (Nm 27,16-17).

L’immagine allude poi alle accuse dei profeti contro le guide che hanno condotto il popolo alla rovina: “Per colpa del pastore si sono disperse e sono preda di tutte le bestie selvatiche: sono sbandate. Vanno errando le mie pecore su tutti i monti e su ogni colle elevato, le mie pecore si disperdono su tutto il territorio del paese e nessuno va in cerca di loro e se ne cura” (Ez 34,5-6); c’è un’allusione anche al celebre salmo 23: “Il Signore è il mio pastore, non manco di nulla” (Sal 23,1).

Riprendendo l’immagine del pastore, Marco indica in Gesù la guida inviata da Dio in risposta alla preghiera di Mosè e come adempimento delle promesse fatte per bocca dei profeti. In Israele c’era chi si presentava come pastore: gli scribi, i farisei, i rabbini, i capi politici, il re Erode; ma costoro pascevano se stessi, non il popolo.

Gesù è il pastore vero perché rivela un cuore sensibile ai bisogni della gente, un cuore che subito percepisce di quale cibo hanno fame e di quale acqua hanno sete. Lui ha presente le parole del profeta: “Ecco, verranno giorni – oracolo del Signore Dio – in cui manderò la fame nel paese; non fame di pane né sete di acqua, ma di ascoltare le parole del Signore. Allora andranno errando da un mare all’altro e vagheranno da settentrione a oriente, per cercare la parola del Signore, ma non la troveranno” (Am 8,11-12).

Le guide del popolo non erano in grado di saziare questa fame e questa sete, anzi, con le loro false dottrine, avevano condotto il popolo allo sbando. Gesù cominciò allora a distribuire il suo pane, il duplice pane: l’insegnamento che nutre mente e cuore e il cibo che alimenta il corpo.

Il brano di oggi si conclude osservando che Gesù “si mise a insegnare loro molte cose” (v. 34). Non si è abbattuto, non ha imprecato contro i responsabili della condizione penosa in cui il popolo era ridotto, si è messo a insegnare, perché è anzitutto questo il pane di cui l’uomo ha bisogno.

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CUSTODIAMO LA PAROLA

30 Gli apostoli … riferirono a Gesù tutto quello che avevano fatto e insegnato.

Gli apostoli vanno da Gesù e si confrontano con lui su ciò che hanno fatto e detto. Gesù è il termine di paragone delle loro parole e delle loro azioni.

Nel libro dell’Esodo, Dio si rivolge a Mosè in questo modo: «Guarda ed esegui secondo il modello che ti è stato mostrato sul monte» (Es 25,40). Leggendo in chiave evangelica queste parole dell’Antico Testamento, esiste un altro monte – il Golgota – su cui è mostrato il “modello” da contemplare per l’edificazione di ogni nostra opera nel mondo: la croce di Cristo.

Il modello a cui rifarsi, e grazie al quale ogni costruzione cresce ben ordinata (cf. Ef 2, 21), è l’amore che va fino alla fine, fino al dono di sé all’altro. Se le nostre parole e le nostre opere non hanno come modello, come “progetto di riferimento” l’amore, tutto è destinato a crollare: «Chiunque ascolta queste mie parole e non le mette in pratica, sarà simile a un uomo stolto, che ha costruito la sua casa sulla sabbia. Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ed essa cadde e la sua rovina fu grande» (Mt 7, 26ss).

Dopo questo confronto, Gesù invita i suoi ad «andare in disparte per riposarsi un po’» (v. 31). Non si tratta tanto di un riposo fisico, quanto di un riposo del cuore. L’uomo ha necessità di trovare un luogo dove ri-trovare finalmente senso, dove fare esperienza della propria vera identità; un posto dove sentirsi finalmente a casa, e potersi chiedere, col poeta inglese Thomas Eliot: «Dov’è la vita che abbiamo perduto vivendo?».

Il Vangelo di oggi identifica questo luogo, non tanto con un luogo fisico, quanto con uno stile di vita. L’episodio raccontato da Marco è posto tra due banchetti: quello consumato nel palazzo di Erode, raccontato nei versetti immediatamente precedenti (vv. 21-29), e quello che verrà raccontato nei versetti successivi: la moltiplicazione dei pani (vv. 35-44).

Gesù invita i suoi a compiere un passaggio di mentalità e quindi di comportamento. Uscire da uno stile di vita fondato sul potere, l’avere, il dominio e la violenza – proprio di Erode – e abbraciare un altro modo di concepire la vita: quella che condivide ciò che si ha, e si «fa pane alla fame degli altri» (David Maria Turoldo), rappresentato dal banchetto della moltiplicazione dei pani e dei pesci.

Dunque l’unico luogo di pace, dove il cuore può finalmente riposare, consiste nel vivere in un certo modo. Sarà sempre l’altro, il fratello, il riposo del mio cuore, il segreto del senso e della felicità, la mia ultima – e unica – terra promessa.

PREGHIAMO LA PAROLA

Con tutte le forze,
senza risparmio:
così vorremmo seguirti, Signore.
Semplicemente imparando da te.
Semplicemente andando
tra la gente, per la gente.
Semplicemente ascoltando
il loro bisogno d’amore.
Semplicemente incontrando
le loro mani tese.
Senza cercare noi stessi.
Senza aspettare di essere pronti.
Senza mettere noi stessi
prima degli altri.  Amen.

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Commento al Vangelo della XV domenica del Tempo Ordinario 2018 (Mc 6,7-13)

 

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ASCOLTIAMO LA PAROLA

Mc 6 7Chiamò a sé i Dodici e prese a mandarli a due a due e dava loro potere sugli spiriti impuri. 8E ordinò loro di non prendere per il viaggio nient’altro che un bastone: né pane, né sacca, né denaro nella cintura; 9ma di calzare sandali e di non portare due tuniche. 10E diceva loro: «Dovunque entriate in una casa, rimanetevi finché non sarete partiti di lì. 12Ed essi, partiti, proclamarono che la gente si convertisse, 13scacciavano molti demòni, ungevano con olio molti infermi e li guarivano.

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MEDITIAMO LA PAROLA

Domenica scorsa abbiamo lasciato Gesù che andava di villaggio in villaggio ad insegnare. Questa domenica il vangelo ci presenta Gesù che chiama e manda i Dodici a fare ciò che lui stesso ha fatto. Quindi il tema fondamentale è la missione. Del resto, tutto il Vangelo di Marco è percorso da uno spirito missionario. Fin dall’inizio, Gesù è colui che «proclama il Vangelo di Dio» (cf. Mc 1,14). L’evangelizzazione è l’ultimo comando del Cristo risorto: “Andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo a ogni creatura” (Mc 16,15).

7Chiamò a sé i Dodici e prese a mandarli a due a due e dava loro potere sugli spiriti impuri.

Gesù li chiama, non per stare seduti al fine di ascoltare la sua voce, ma per “mandarli”: è l’inizio della missione. Del resto ogni volta che Dio chiama ci mette in viaggio, ci toglie dalla nostra passività.

Il termine “Dodici” è un termine che indica i seguaci più vicini a Gesù. Questo termine è particolarmente caro a Marco per indicare quei discepoli che Gesù aveva prima chiamati a sé e poi scelti come “apostoli” per “inviarli a predicare col potere di scacciare i demoni” (cf. Mc 3,13-15).

Quest’invio è fatto «a due a due». Si tratta di una usanza giudaica il cui vantaggio era l’aiuto vicendevole e la possibilità di rafforzare il valore della testimonianza che essi erano chiamati a dare al loro maestro (cf. Dt 19,15).

Alla coppia degli inviati viene dato un potere particolare sugli spiriti immondi. La loro attività missionaria deve essere la continuazione e l’estensione del potere e della missione stessa di Gesù.

8E ordinò loro di non prendere per il viaggio nient’altro che un bastone: né pane, né sacca, né denaro nella cintura; 9ma di calzare sandali e di non portare due tuniche.

Questo ordine non vuole indicare delle semplici direttive per affrontare un viaggio, ma ciò che è necessario per essere discepoli. Non devono prendere nessuna scorta, allo scopo di dipendere unicamente dall’accoglienza che sarà loro offerta. Gli inviati non devono confidare in niente se non in Colui che li manda. I mezzi che usa il mondo (denaro, potere e forza) non fanno parte del bagaglio del vero apostolo. Questi non compra nessuno e non si lascia comprare da nessuno.

10E diceva loro: «Dovunque entriate in una casa, rimanetevi finché non sarete partiti di lì.

La casa: punto di approdo, luogo dove si vivono gli affetti e le relazioni. Proprio nell’ambiente domestico i discepoli sono invitati a restare.

Era usanza tra gli ebrei che, quando erano in viaggio, spesso cercavano ospitalità soltanto in casa di altri ebrei, mai in casa di pagani a causa dell’impurità della loro abitazione. Oppure non andavano a casa di ebrei che non erano pienamente osservanti delle regole di purezza o di impurità riguardanti i generi alimentari.

A Gesù tutto questo non importa. I suoi apostoli dovevano stare lì in quella casa, al di là delle leggi sull’impurità. Essi sono chiamati a liberare, a guarire. E quindi, a loro volta, devono essere guariti, liberi da certi scrupoli.

11Se in qualche luogo non vi accogliessero e non vi ascoltassero, andatevene e scuotete la polvere sotto i vostri piedi come testimonianza per loro».

All’eventuale rifiuto della gente i discepoli non rispondono col risentimento, ma solo con un po’ di polvere scossa dai sandali. Un’altra usanza simbolica presso gli ebrei era proprio questa: quando ritornavano dalla terra pagana, prima di entrare in Israele, scuotevano la polvere dei sandali per non introdurre neanche un briciolo di terra pagana, considerata terra impura, nella terra santa d’Israele. Qui Marco non fa altro che applicare tale simbolismo su quanti non accolgono gli annunciatori del messaggio evangelico: vanno trattati come i pagani.

Quello che Gesù vuole insegnarci è che essere pagano non dipende dalla religione, dal Dio in cui si crede, ma dall’atteggiamento di accoglienza e di ospitalità. Pagano, in altri termini, è chi non accoglie, chi non presta aiuto, chi non testimonia nella sua condotta l’amore universale di Dio. Quindi Gesù invia i suoi discepoli ad annunziare il vangelo a tutti, e quanti non lo accolgono vanno trattati come i pagani (cf. At 13,51).

12Ed essi, partiti, proclamarono che la gente si convertisse,

Dopo aver ricevuto le istruzioni per la missione, gli apostoli partono senza indugio. Non si precisa la meta e la durata del viaggio, ma solo il contenuto del loro messaggio: la conversione. San Paolo ricorda: “Poiché, nel disegno sapiente di Dio, il mondo, con tutta la sua sapienza, non ha conosciuto Dio, è piaciuto a Dio salvare i credenti con la stoltezza della predicazione” (1Cor 1,21). C’è quindi una predicazione, ma c’è anche una conversione che sta al centro di questa predicazione, la quale è accompagnata dal potere che la Parola ha di vincere lo spirito del male.

13scacciavano molti demòni, ungevano con olio molti infermi e li guarivano.

Quest’attività missionaria dei discepoli è in parallelo con quanto faceva Gesù a Cafarnao (cf. Mc 2,1-3,7a), ma non impongono le mani come Gesù (cf. Mc 6,5).

L’annuncio degli apostoli è accompagnato anche dall’unzione dell’olio. Stando alla testimonianza biblica, l’uso dell’olio come medicina era diffuso in oriente già dai tempi di Isaia (cf. Is 1,6; Lc 10,34). L’uso dell’olio fatto dai discepoli era solo esteriore ed era accompagnato dalla fede e dalla preghiera (cf. Gc 5,14-15), mentre Gesù, per guarire, usava unicamente la potenza della sua Parola.

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CUSTODIAMO LA PAROLA

7Chiamò a sé i Dodici e prese a mandarli

Essere discepoli di Gesù significa “essere-per-gli-altri”.

“Dava loro potere”. Uno solo è il “potere” del cristiano e quindi dell’apostolo: quello di amare, di vincere cioè il male con il bene. Ora, per amare occorre “essere-in-relazione”; per questo Gesù invia i suoi “a due a due”. Perché il due è principio di comunione. Inoltre, per amare occorre non possedere nulla, perché, finché si posseggono cose si darà soltanto delle cose e mai se stessi. Il grande rischio nel fare il bene è donare sempre qualcosa che non tocchi l’essere. Gesù ha dato se stesso, ha donato la vita, non le sue cose. Il discepolo non ha con sé neppure il pane. Il pane è simbolo della vita, e questa non dipende da quanto pane possiedo o mangio, ma dal pane che riesco a condividere con chi ne è privo. Solo quando lascerò mangiare la mia vita come un pane, avrò con me il pane necessario che mi assicura la vita. Noi viviamo di ciò che doniamo.  La vita vera non dipende dal possedere una sacca e tanto meno dal denaro da metterci dentro: “Anche se uno è nell’abbondanza, la sua vita non dipende da ciò che egli possiede” (Lc 12,15).

Solo in questa povertà, in questo vuoto interiore, in questo nulla esistenziale noi discepoli potremo scacciare i demoni e guarire gli ammalati. Perché dalla nostra “nudità” emergerà Dio, l’unico Bene in grado di guarire e di liberare: “Quando sono debole, è allora che sono forte” (2Cor 12,10).

In At 3,1-10, Pietro e Giovanni operano miracoli proprio perché non possiedono nulla: “Pietro disse al paralitico: ‘Non possiedo né argento né oro, ma quello che ho te lo do: nel nome di Gesù Cristo, il Nazareno, àlzati e cammina!'” (At 3,6). Il non poter confidare su altro se non soltanto sul suo Nome, fa sì che l’unico che può salvare, Gesù Cristo, compia la vittoria sul male.

Due oggetti però sono ammessi nel “bagaglio” del missionario: il bastone e i sandali. Il bastone richiama il legno che aprì il Mar Rosso (cf. Es 14,16) e che fece scaturire dalla roccia l’acqua indispensabile alla sopravvivenza durante il cammino nel deserto (cf. Es 17,5ss.). Il bastone è simbolo della croce, che rappresenta la massima debolezza umana, vuoto assoluto, ma proprio per questo capace di squarciare il cielo, aprendo così all’uomo l’accesso alla vita in pienezza che è Cristo stesso.

Infine è lecito avere con sé dei sandali. Nell’antichità il sandalo è la calzatura degli uomini liberi, mentre gli schiavi andavano a piedi nudi. Se si vive nel dono gratuito di sè, se ci disponiamo a guarire le ferite degli uomini risollevandoli dalla loro indegnità, allora sapremo veramente cosa significa essere liberi; altrimenti, resteremo schiavi del nostro egoismo, anche se indosseremo calzature splendide, se avremo borse zeppe di denaro e dispense traboccanti di pane.

PREGHIAMO LA PAROLA

Andare, liberi e leggeri: questo ti chiediamo, Signore.
Imparare ad andare sciolti da ogni sicurezza terrena,
avendo con noi il solo carico di amore e di misericordia
che Tu ci chiedi di diffondere nel mondo.
Nulla, neppure la polvere del rimpianto, ci rallenti!
Nulla, neanche l’umano fallimento, ci blocchi!
Insegnaci ad andare, per far brillare nel mondo
la tua presenza che libera e accoglie,
perdona e guarisce tutti, senza alcune differenze.  Amen.

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Commento al Vangelo della XIV domenica del Tempo Ordinario 2018 (Mc 6,1-6)

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ASCOLTIAMO LA PAROLA

Mc 6 1Partì di là e venne nella sua patria e i suoi discepoli lo seguirono. 2Giunto il sabato, si mise a insegnare nella sinagoga. E molti, ascoltando, rimanevano stupiti e dicevano: «Da dove gli vengono queste cose? E che sapienza è quella che gli è stata data? E i prodigi come quelli compiuti dalle sue mani? 3Non è costui il falegname, il figlio di Maria, il fratello di Giacomo, di Ioses, di Giuda e di Simone? E le sue sorelle, non stanno qui da noi?». Ed era per loro motivo di scandalo. 4Ma Gesù disse loro: «Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria, tra i suoi parenti e in casa sua». 5E lì non poteva compiere nessun prodigio, ma solo impose le mani a pochi malati e li guarì. 6E si meravigliava della loro incredulità. Gesù percorreva i villaggi d’intorno, insegnando.

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MEDITIAMO LA PAROLA

Vari particolari di questo brano non risultano immediatamente chiari.

Nel giorno di sabato gli abitanti di Nazareth rimangono stupefatti di fronte al modo con cui Gesù insegna nella sinagoga (cf. v. 2), ma subito dopo rimangono “scandalizzati” (cf. v. 3). Come mettere d’accordo le due reazioni apparentemente contradditorie? Scandalizzare significa essere in totale disaccordo. I compaesani di Gesù sono stati sconvolti dalle sue parole a tal punto da ritenerle un grave ostacolo per la loro fede. 

Non si capisce poi come mai non riesca a compiere miracoli a causa della loro mancanza di fede (cf. v. 5) e sorprende anche la sua meraviglia di fronte all’incredulità dei nazaretani. Ha appena affermato che “un profeta non è disprezzato se non nella sua patria, tra i suoi parenti e in casa sua” (v. 4): quindi non dovrebbe risultargli strano il loro rifiuto.

Segnaliamo un ultimo dettaglio: Gesù a Cafarnao è stato coinvolto in drammatici conflitti con le autorità politiche e religiose, ha attaccato i formalismi degli scribi e dei farisei, ne ha denunciato l’ipocrisia e la durezza di cuore, ma non ha mai avuto problemi con la gente semplice. Ora invece è il popolo, gli abitanti del suo stesso paese che non lo capiscono e lo rifiutano. Come si spiega questa reazione inconsueta?

Dopo aver trascorso alcuni mesi a Cafarnao e aver visitato i villaggi della Galilea, predicando il vangelo e curando i malati, Gesù torna al suo villaggio natale (cf. v. 1).

Qualche tempo prima i suoi parenti hanno cercato di convincerlo a rientrare in famiglia e a riprendere il suo dignitoso lavoro di falegname, ma egli non ha aderito alla loro proposta. Volgendo lo sguardo su coloro che gli stavano attorno per ascoltarlo, ha esclamato: “Ecco mia madre e i miei fratelli! Perché chi fa la volontà di Dio, costui per me è fratello, sorella e madre” (Mc 3,34-35).

Ora, di sua iniziativa, torna a Nazaret e non vi torna solo, è accompagnato da un gruppo di discepoli. La sua non è una visita di cortesia alla madre, ai parenti e agli amici. Torna a Nazaret per presentare, alla famiglia di origine, la sua “nuova” famiglia, composta da coloro che hanno risposto alla sua chiamata.

L’incomprensione nei suoi confronti non si manifesta immediatamente al suo arrivo. Dal racconto di Marco risulta che egli trascorre alcuni giorni in famiglia, senza incidenti; il dissenso esplode solo quando, “giunto il sabato, si mise a insegnare nella sinagoga” (v. 2).

Questo fatto va posto in risalto, perché è significativo. Finché egli rimane tranquillo nella casa in cui è cresciuto, cioè, finché rimane dentro gli schemi tradizionali del suo popolo, finché mostra di apprezzare le convinzioni religiose trasmesse dai rabbini e condivise da tutti, nessuno ha nulla da ridire sul suo conto. I problemi sorgono non appena egli esce di casa e rende pubblica la scelta di costituire una nuova casa, una nuova famiglia.

La reazione dei compaesani è duplice: da un lato rimangono stupiti dalle sue parole e ammirano le opere che compie, dall’altra sono tormentati da molteplici interrogativi.

Educati nella fede dei loro padri, credono nel Signore che ha stretto alleanza con il suo popolo e riserva le sue benedizioni ai figli di Abramo, a coloro che appartengono alla casa d’Israele e siedono ai piedi dei rabbini per ascoltare la Toràh.

Per gli abitanti di Nazareth Gesù rappresenta un enigma insolubile: è cresciuto, come loro, in una famiglia dai solidi principi religiosi, appartiene al popolo eletto, a quella che, per 119 volte nella Bibbia, è chiamata “Casa d’Israele”. Ora dà l’impressione di non trovarsi più a suo agio in questa casa, sembra che la ritenga troppo angusta e la voglia aprire a tutti.

Sanno che, a Cafarnao, ha espresso la sua ammirazione per il gesto di quattro uomini che hanno abbattuto il tetto di una casa per introdurvi un paralitico (cf. Mc 2,4); ha approvato il loro gesto perché era il segno che la Casa d’Israele doveva essere accessibile anche agli esclusi. Ha voluto che i peccatori partecipassero con lui al banchetto, simbolo del regno di Dio (cf. Mc 2,15-17). Ha accarezzato i lebbrosi e li ha resi puri, idonei ad appartenere alla sua nuova famiglia (cf. Mc 1,41), a condizione che rimanessero seduti attorno a lui, ascoltassero la sua parola e la mettessero in pratica.

La porta della Casa d’Israele è stata dunque spalancata a tutti. Questo è lo scandalo dei suoi compaesani, i quali si sentono interpellati, colgono, nelle sue parole e nelle sue scelte, l’invito ad abbandonare le sicurezze offerte dalla religione dei loro padri, ad abbracciare i rischi del regno e a entrare nella sua casa, nella sua nuova famiglia, costituita dai discepoli che credono in lui.

La serie di domande che si pongono sono giustificate (cf. vv. 2-3).

Che garanzie può offrire “il falegname, il figlio di Maria” che, per più di trent’anni, non ha fatto altro che aggiustare porte e finestre, costruire zappe ed aratri e del quale conoscono fratelli e sorelle? Da dove gli viene il messaggio che annuncia con tanta autorevolezza? Chi gli conferisce la forza di compiere prodigi?

Il problema che più li intriga non riguarda però il contenuto del suo insegnamento, ma la provenienza di questa nuova dottrina. Non mettono in dubbio la bontà delle sue opere, ma la loro origine. Si chiedono: sono compiute in nome di Dio o, come hanno insinuato gli scribi discesi da Gerusalemme, provengono dal maligno? (cf. Mc 3,22).

Concludono: meglio non fidarsi di quest’uomo che propone novità pericolose.

Si noti che non lo chiamano per nome, lo identificano con la professione che ha esercitato e, stranamente, con il riferimento a sua madre, forse per sottolineare maggiormente il loro giudizio negativo. Non lo ricollegano con il padre che, in Israele, rappresenta il legame con la tradizione dalla quale egli si è distaccato. Preferiscono non rischiare, rimangono aggrappati ai loro schemi mentali, non vogliono rinunciare alla vecchia casa e alle sicurezze offerte dalla vecchia famiglia.

Avviene così il distacco molto doloroso, ma inevitabile, di Gesù dai familiari, dai vicini e dagli amici.

È il destino di tutti i profeti, che vengono disprezzati proprio nella loro patria, tra i loro parenti e nella loro casa (cf. v. 4).

L’atteggiamento assunto dagli abitanti di Nazareth si ripete anche oggi.

Gesù si ripresenta a coloro che sono convinti di conoscerlo e di appartenere alla sua famiglia e avanza la sua proposta. Chiede, come ha fatto Dio ad Abramo, di lasciare tutto ciò che la casa, la famiglia e la patria rappresentano; invita a riconsiderare le convinzioni religiose, assimilate durante l’infanzia e mai approfondite e fatte crescere; esige che si prendano le distanze dai principi della morale corrente, dagli ideali e dai valori proposti dalla società in cui si vive. La risposta che riceve è, nella maggior parte dei casi, la stessa: prima l’incomprensione, poi il rifiuto.

Questa incredulità ha però sempre conseguenze drammatiche. Gesù è ridotto all’impotenza, diviene incapace di realizzare quei prodigi che la sua parola producono ovunque. Egli offre la sua salvezza, ma non la può imporre, perché ama e l’amore rispetta la libertà.

Se nel mondo di oggi non accadono eventi miracolosi, se le condizioni di vita non subiscono trasformazioni radicali, se non si instaurano la pace, la giustizia e la riconciliazione fra i popoli, la ragione è sempre la stessa: gli uomini non hanno il coraggio di accordare piena fiducia a Cristo e alla sua parola.

Si registra, sì, qualche piccolo cambiamento, come a Nazareth è stato curato qualche malato non grave: un po’ di elemosina in più e qualche parola offensiva in meno, ma i grandi prodigi, i segni sorprendenti della presenza del regno di Dio nel mondo non possono accadere dove è carente o manca del tutto la fede.

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CUSTODIAMO LA PAROLA

«Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria, tra i suoi parenti e in casa sua» (v. 4)

Gesù si presenta come profeta, cioè come ispirato dallo Spirito di Dio.

L’episodio di cui ci parla il vangelo di questa domenica va al di là del rifiuto di un piccolo paese della Galilea: prefigura il rifiuto dell’intero Israele (cf. Gv 1,11) e anche dell’umanità di oggi. Tutti in qualche maniera rifiutiamo un Dio la cui sapienza e potenza è la follia e l’impotenza  dell’amore.

Dio è dalla parte dei veri profeti, eppure questi sono sempre rifiutati. Gli uomini di Dio, i giusti, sono sistematicamente tolti di mezzo, anche se poi vengono costruiti loro sepolcri e monumenti (cf. Lc 11,47-48).

Bene aveva profetizzato in merito Ezechiele: “La casa d’Israele non vuole ascoltare te, perché non vuole ascoltare me: tutta la casa d’Israele è di fronte dura e di cuore ostinato. Ecco, io ti do una faccia indurita quanto la loro faccia e una fronte dura quanto la loro fronte. Ho reso la tua fronte come diamante, più dura della selce. Non li temere, non impressionarti davanti a loro; sono una genìa di ribelli” (Ez 3,7-9).

Se i compaesani di Gesù avessero ricordato le antiche parole rivolte a Mosè: “Il Signore, tuo Dio, susciterà per te, in mezzo a te, tra i tuoi fratelli, un profeta pari a me. A lui darete ascolto” (Dt 18,15), avrebbero accolto, non solo le parole, ma lo stesso Gesù come inviato di Dio. Per questo Gesù “si meravigliava della loro incredulità” (v. 6).

Allo stupore dei concittadini, che si scandalizzano, corrisponde la meraviglia di Gesù. Per Gesù rimane oscura, impenetrabile la loro chiusura di cuore. Gesù è la trasparenza di Dio in persona, in Lui Dio abita pienamente, eppure la gente non ha fede in Lui.

Qui, la conclusione amara di Gesù fa eco a quello che c’è scritto nel vangelo di Giovanni: “Venne fra i suoi, e i suoi non lo hanno accolto” (Gv 1,11).

Lasciamoci illuminare da questa Parola, lasciamoci da essa interpellare, e interroghiamoci:

  • Quante volte, come i nazaretani, anch’io vorrei un Dio “diverso” da come Cristo ce lo ha narrato, un Dio “a mia immagine e somiglianza”, a uso e consumo cioè delle mie esigenze materiali e spirituali, e qualche volta anche dei miei capricci?
  • Sono consapevole che il Signore opera ancora, anche attraverso i profeti che vivono accanto a me? Mi lascio mettere in discussione dalla loro vita coerente e fedele alla Parola che annunciano?
  • La Parola che ascolto riesce a risvegliare la mia fede, tentata spesso di assopirsi e di sentirsi arrivata?
  • Corro anch’io il rischio di sapere tutto di Gesù, e per questo non mi lascio convertire ogni giorno dalla novità del suo Vangelo?
  • Riesco a passare dall’ascolto alla fede?

PREGHIAMO LA PAROLA

Liberaci, Signore,
perché possiamo vedere
la tua mano agire in questa storia.

Liberaci da noi stessi e dalle nostre pretese.
Liberaci dalla convinzione di essere nel giusto
e di conoscere ciò che è giusto.

Donaci una sana e liberante inquietudine
per poter ascoltare, per lasciarci stupire,
per scoprirti nell’impensabile.  Amen.

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Commento al Vangelo della XIII domenica del Tempo Ordinario 2018 (Mc 5,21-43)

 

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“…Io ti dico: àlzati!”

 

ASCOLTIAMO LA PAROLA

Marco 5 [21] Essendo Gesù passato di nuovo in barca all’altra riva, gli si radunò attorno molta folla ed egli stava lungo il mare. [22] E venne uno dei capi della sinagoga, di nome Giàiro, il quale, come lo vide, gli si gettò ai piedi [23] e lo supplicò con insistenza: «La mia figlioletta sta morendo: vieni a imporle le mani, perché sia salvata e viva». [24] Andò con lui. Molta folla lo seguiva e gli si stringeva intorno. [25] Ora una donna, che aveva perdite di sangue da dodici anni [26] e aveva molto sofferto per opera di molti medici, spendendo tutti i suoi averi senza alcun vantaggio, anzi piuttosto peggiorando, [27] udito parlare di Gesù, venne tra la folla e da dietro toccò il suo mantello. [28] Diceva infatti: «Se riuscirò anche solo a toccare le sue vesti, sarò salvata». [29] E subito le si fermò il flusso di sangue e sentì nel suo corpo che era guarita dal male. [30] E subito Gesù, essendosi reso conto della forza che era uscita da lui, si voltò alla folla dicendo: «Chi ha toccato le mie vesti?». [31] I suoi discepoli gli dissero: «Tu vedi la folla che si stringe intorno a te e dici: “Chi mi ha toccato?”». [32] Egli guardava attorno, per vedere colei che aveva fatto questo. [33] E la donna, impaurita e tremante, sapendo ciò che le era accaduto, venne, gli si gettò davanti e gli disse tutta la verità.[34] Ed egli le disse: «Figlia, la tua fede ti ha salvata. Va’ in pace e sii guarita dal tuo male». [35] Stava ancora parlando, quando dalla casa del capo della sinagoga vennero a dire: «Tua figlia è morta. Perché disturbi ancora il Maestro?». [36] Ma Gesù, udito quanto dicevano, disse al capo della sinagoga: «Non temere, soltanto abbi fede!». [37] E non permise a nessuno di seguirlo, fuorché a Pietro, Giacomo e Giovanni, fratello di Giacomo. [38] Giunsero alla casa del capo della sinagoga ed egli vide trambusto e gente che piangeva e urlava forte. [39] Entrato, disse loro: «Perché vi agitate e piangete? La bambina non è morta, ma dorme». [40] E lo deridevano. Ma egli, cacciati tutti fuori, prese con sé il padre e la madre della bambina e quelli che erano con lui ed entrò dove era la bambina. [41] Prese la mano della bambina e le disse: «Talità kum», che significa: «Fanciulla, io ti dico: àlzati!». [42] E subito la fanciulla si alzò e camminava; aveva infatti dodici anni. Essi furono presi da grande stupore. [43] E raccomandò loro con insistenza che nessuno venisse a saperlo e disse di darle da mangiare. 

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MEDITIAMO LA PAROLA

Il brano propone due miracoli, inseriti l’uno nell’altro. Nei primi versetti entra in scena Giairo, uno dei capi della sinagoga, che si reca da Gesù per chiedergli di andare ad imporre le mani alla figlia che sta per morire (vv. 21-24). Poi è narrata la guarigione di una donna che, da dodici anni, ha perdite di sangue (vv. 25-34), infine riprende il racconto della malattia, della morte e della rianimazione della figlia di Giairo (vv. 35-43).

Cominciamo dalla guarigione della donna affetta da un’incurabile emorragia (vv. 25-34). La malattia è descritta in tutta la sua gravità: dura da dodici anni, non migliora, anzi, continua a peggiorare, nessun medico è riuscito a curarla, ha costretto la malata a dilapidare tutti i suoi risparmi, è fastidiosa e umiliante, colpisce la donna nella sua intimità, in quella parte del suo corpo che dovrebbe essere sorgente di vita ed è, soprattutto, causa di impurità religiosa. Il sangue è il simbolo di vita, ma quando esce dal corpo richiama la morte, provoca disgusto e spavento. La legge stabilisce che colei che ha perdite di sangue non venga ammessa ai riti e agli incontri della comunità e che sia evitata da tutti, come fosse una lebbrosa. Chi avesse contatti, anche casuali, con lei è obbligato a sottoporsi a complicate cerimonie prima di riprendere la vita normale (cf. Lv 15,25-27).

Come tutte le persone malate, emarginate, disprezzate (cf. Mc 6,56), questa donna immonda sente dentro di sé un impulso irresistibile ad avvicinarsi a Gesù, a “toccarlo”. “Se riuscirò anche solo a toccare le sue vesti – pensa – sarò salvata”.

Due ostacoli impediscono questo incontro, questo contatto: il timore di violare le rigorose disposizioni della legge e la barriera costituita dalla folla immensa che si accalca attorno al Maestro. Da qui la decisione di agire di nascosto. Si avvicina alle spalle di Gesù, gli tocca il mantello e, come investita da un’improvvisa energia vitale, si sente guarita.

Fin qui il fatto. Ora esaminiamo i dettagli che ci permettono di cogliere “il segno” al di là del prodigio.

Siamo di fronte a una donna, senza nome, impura da dodici anni.

All’evangelista Marco preme sottolineare il numero “dodici”; infatti lo riprende più avanti, quando parla dell’età della figlia di Giairo: “Aveva dodici anni” (v. 42). Dodici è il simbolo del popolo d’Israele, che è un nome femminile.

L’impurità della donna e l’assenza di vita nella bambina indicano, nel linguaggio simbolico dell’evangelista, la condizione drammatica della donna-Israele le cui guide spirituali non solo sono incapaci di guarirne le infermità, ma provano ripugnanza, rifuggono dalle sue miserie e non favoriscono, anzi ostacolano, l’incontro con Colui che può comunicare la salvezza.

La malattia è indubbiamente una forma di morte. Il salmista la considerava un passo verso il regno degli inferi (cf. Sal 30,3-4). Il contatto con una persona malata e impura comportava una diminuzione di vita. Tutti quindi ne avevano paura.

Gesù assume un atteggiamento singolare: non evita in alcun modo chi è ritenuto immondo, si lascia avvicinare, toccare e non corre a fare le purificazioni rituali prescritte dal libro del Levitico. È cosciente di essere in possesso di una forza vitale che non può essere intaccata da nessuna forma di morte e vuole che questo sia noto a tutti; per questo chiama la donna e la colloca nel mezzo, non per umiliarla, ma perché tutti vedano la propria condizione riflessa in quella della donna emorroissa.

Questa donna avanza “impaurita e tremante”, come se l’essere malata, il sentirsi impura e l’aver sentito il bisogno di ricorrere a Gesù fosse una colpa.

Non c’è alcuna malattia, né fisica né morale, che giustifichi il rifiuto o che costituisca un impedimento per accostarsi a Dio. Di fronte al Signore tutti gli uomini sono impuri, ma sono resi puri dall’incontro con il suo inviato: Gesù di Nazaret. Solo gli ipocriti possono ritenersi santi e innalzare barriere per non venire accomunati con i peccatori. Costoro non hanno bisogno di “toccare” Gesù, si illudono di essere già in perfetta salute.

L’atteggiamento di Cristo nei confronti della donna è un invito a non provare mai disagio, a non fuggire di fronte a chi è ritenuto impuro. Il cristiano non ha paura di perdere la sua dignità o la buona reputazione avvicinandosi o lasciandosi toccare da coloro che tutti cercano di evitare. L’unica cosa che gli deve interessare è trovare il modo di ridare vita a un fratello. Se per questo deve sfidare anche i pettegolezzi e le malignità della “gente per bene”, non se ne deve preoccupare più di tanto.

Da Gesù emana una forza vitale, ma non tutti coloro che lo toccano materialmente la ricevono. Nel brano di oggi si nota che attorno a lui c’è una grande folla (cf. v. 31). Non si tratta di nemici, ma di discepoli, di persone che gli stanno molto vicine, che magari lo spingono e forse lo intralciano. Eppure egli afferma che una sola persona lo ha “toccato” veramente, perchè solo la donna ammalata lo ha toccato “con fede”. “Figlia, la tua fede ti ha salvata” – le dice – : tu sola, in mezzo a tanta gente, sei stata capace di accogliere il dono di Dio.

La folla rappresenta i cristiani di oggi che sembrano vicini al Maestro, hanno la possibilità di ascoltare la sua parola e di “toccarlo” nei sacramenti, soprattutto nell’eucaristia. Se la loro vita non viene trasformata, se le loro “malattie” non sono curate e i vizi, i peccati rimangono sempre gli stessi, se il carattere intrattabile non viene modificato e la lingua non viene dominata, significa che sono rimasti “folla” che si accalca attorno a Cristo senza mai “toccarlo” realmente; hanno con lui un contatto superficiale ed esteriore, la sua parola è un suono che entra nelle orecchie, ma non giunge al cuore.

Passiamo al secondo episodio, quello della figlia di Giairo (vv. 21-24.35-43).

L’elemento che unisce questo miracolo al precedente è la fede che salva.

Qui non siamo di fronte ad una grave malattia, ma dinanzi a una situazione irrimediabile: la morte. La forza vitale che Gesù comunica ai malati può fare ancora qualcosa in un caso estremo come questo? Umanamente sembra che non ci sia più nulla da attendersi, eppure al capo della sinagoga Gesù raccomanda: “Non temere, soltanto abbi fede!”.

Ecco il messaggio inaudito: il suo potere di dare la vita non si arresta neppure di fronte al maggiore nemico dell’uomo: la morte.

Risvegliando la bambina dal sonno della morte, Gesù dimostra che la fede in lui può ottenere anche questa vittoria. Non vince la morte perché aggiunge qualche anno alla vita dell’uomo in questo mondo. Se la fede in lui ottenesse solo questo risultato, non si potrebbe parlare di una vittoria definitiva: alla fine la morte avrebbe ancora il sopravvento. Egli l’ha sconfitta perché l’ha trasformata in una rinascita, perché l’ha fatta diventare un passaggio alla vita senza fine.

Poi vuole dirci che, per chi ha fede in lui, non esistono situazioni irrecuperabili. Di fronte a chi presenta solo qualche piccolo difetto, a chi commette qualche errore veniale, cede a qualche debolezza, non si ha difficoltà ad ammettere che la fede in Cristo può ottenere ottimi risultati; ma quando ci si imbatte in persone che hanno rovinato completamente la loro esistenza, che sono depravate e praticamente “morte”, quasi tutti si scoraggiano e danno retta a coloro che, come gli amici di Giairo, vanno ripetendo: “Lascia perdere, non vale la pena insistere, perché disturbare ancora il Maestro?”.

A queste persone tentate di perdere la speranza che qualcosa possa ancora cambiare, Gesù ripete: “Non temere, soltanto abbi fede”. Chi crede in lui vedrà, anche oggi, “risorgere” a nuova vita coloro che tutti considerano definitivamente “morti”.

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CUSTODIAMO LA PAROLA

“…Io ti dico: àlzati! (v. 41)

Queste due donne rappresentano entrambe ciò che è la nostra vita: esistenza chiamata a sbocciare e che invece può dissanguarsi, sino a morire per mancanza di un amore vero.

La prima donna ha dodici anni (v. 42b), età in cui, al tempo di Gesù, era consuetudine cercare marito. Donna chiamata dunque alla fecondità e invece ancora rinchiusa nella casa del padre, che è un pezzo grosso: un capo della sinagoga (v. 22). Lei è soltanto la “figlioletta” di sua proprietà: “la mia figlioletta…” (v. 23). Non possiede un nome proprio, non si appartiene, è riconosciuta come “la figlia di…”. Sentirsi come “cosa altrui” fa, in un certo senso, morire. Non venire mai alla pienezza di sé perché sempre intenti a rendere felici gli altri (genitori, superiori, il proprio partner…), a osservare scrupolosamente dettami religiosi, o semplicemente perché non si è mai deciso che direzione dare alla propria storia, rende una vita morta.

Si è disposti a buttarsi via pur di ricevere un po’ di affetto, vivendo l’illusione di essere così a posto.

Ci sono vite che si “dissanguono” in matrimoni falliti da tempo, dove non c’è più traccia di un amore; persone che s’annientano in lavori che non hanno scelto; anime pie che si consumano in conventi per un “amor di Dio” sacrificale o più semplicemente per paura di prendersi in mano la propria esistenza.

Vite addormentate, non vissute, morte.

L’unico desiderio di Dio, invece, è che la sua creatura “abbia la vita e l’abbia in abbondanza” (cf. Gv 10,10). L’unica vocazione dell’uomo è venire alla luce di sé, risvegliarsi alla pienezza, vivere felice. L’inferno è il non vivere.

Gesù entra nella stanza di questa giovane donna che tutti considerano “morta”. Vi entra col padre e la madre, primi responsabili della vita “morta” della figlia. Entra in quella stanza che tutti hanno trasformato in camera mortuaria, mentre per Gesù è una splendida stanza nuziale. Infatti vi entra come sposo, come l’Amore che prende “per mano” la sua sposa, e svegliandola le dice: “Alzati!”: prendi in mano la tua vita, fanne un capolavoro di fecondità, vivi in pienezza, non pagare più ad altri il prezzo della tua felicità, sii te stessa. “Alzati”: intraprendi la strada che sei in grado di percorrere da te, decidi da te la direzione da imprimere alla tua vita.

Abbiamo tutti bisogno di una voce che ci permetta di tornare ad essere noi stessi, veri, di qualcuno che ci urli – come Gesù all’amico Lazzaro – : “Vieni fuori!” (Gv 11,43), vieni alla luce, rinasci.

Venire alla luce della “propria” verità: questo è vita. Tutte le altre “verità”, gridate e imposte, faranno solo ammalare e morire.

PREGHIAMO LA PAROLA

 

Se avessi fede, Signore, riuscirei a toccarti.

Se avessi fede, potrei vederti.

Se avessi fede, mi sarebbe semplice credere alle tue parole.

Se avessi fede, potrei contare sul tuo amore.

Se avessi fede, oserei anche parlarti.

Fede, null’altro che fede: semplice e disarmata.

Fede: libera e certa come la fiducia di un bambino

che sa di essere amato.

Non ti chiedo altro, Signore:

insegnami ad avere fiducia in te.  Amen.

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Commento al Vangelo di san Giovanni Battista 2018 (Lc 1,57-66.80)

 

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ASCOLTIAMO LA PAROLA

Lc 1 [57] Per Elisabetta si compì il tempo del parto e diede alla luce un figlio. [58] I vicini e i parenti udirono che il Signore aveva manifestato in lei la sua grande misericordia, e si rallegravano con lei. [59] Otto giorni dopo vennero per circoncidere il bambino e volevano chiamarlo con il nome di suo padre, Zaccaria. [60] Ma sua madre intervenne: «No, si chiamerà Giovanni». [61] Le dissero: «Non c’è nessuno della tua parentela che si chiami con questo nome». [62] Allora domandavano con cenni a suo padre come voleva che si chiamasse. [63] Egli chiese una tavoletta e scrisse: «Giovanni è il suo nome». Tutti furono meravigliati. [64] All’istante gli si aprì la bocca e gli si sciolse la lingua, e parlava benedicendo Dio. [65] Tutti i loro vicini furono presi da timore, e per tutta la regione montuosa della Giudea si discorreva di tutte queste cose. [66] Tutti coloro che le udivano, le custodivano in cuor loro, dicendo: «Che sarà mai questo bambino?». E davvero la mano del Signore era con lui. [80] Il bambino cresceva e si fortificava nello spirito. Visse in regioni deserte fino al giorno della sua manifestazione a Israele.

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MEDITIAMO LA PAROLA

Quante promesse hanno fatto i profeti!

Nei momenti difficili della storia d’Israele, quando il popolo era oppresso, deluso e scoraggiato, qualcuno di loro, in nome di Dio, pronunciava sempre parole di consolazione e di speranza, annunciava imminente la liberazione, prometteva un’era nuova.

Le loro profezie, custodite nelle sante Scritture, erano lette e meditate soprattutto quando gli eventi della storia ponevano a dura prova la fede, quando poteva insinuarsi il dubbio che il Signore si fosse dimenticato delle sue promesse.

Israele ha continuato a “ricordare” e ad attendere. “Ricordava” per avere la forza di perseverare nella fede, per continuare a credere nella fedeltà del suo Dio.

Il Vangelo di oggi presenta l’evento che ha segnato il passaggio dal tempo del “ricordo” delle promesse al tempo della loro realizzazione.

Nella prima parte (vv. 57-58) è narrata la nascita del Battista, che Luca interpreta come un atto di “misericordia” del Signore nei confronti di Elisabetta.

Ci domandiamo: che cosa significa “misericordia” e chi erano i destinatari della grazia concessa da Dio a Elisabetta? Soltanto una coppia di sposi amareggiati?

Con il termine “misericordia” la Bibbia non intende la compassione di Dio per persone indegne e spregevoli, ma indica le sue attenzioni, il suo tenero amore per chiunque abbia bisogno del suo aiuto.

Nel grembo sterile di Elisabetta l’evangelista vede raffigurata la sterilità d’Israele e la condizione di morte in cui giace l’intera umanità. Situazioni disperate, queste, da cui non è possibile uscire senza un intervento dall’alto.

I profeti hanno previsto questo intervento provvidenziale di Dio e hanno invitato il popolo a gioire: “Esulta, o sterile che non hai partorito, prorompi in grida di giubilo e di gioia, … dice il Signore (Is 54,1).

Nella nascita del Battista, Luca scorge l’inizio della realizzazione di questa profezia e, fin dalla prima pagina del suo vangelo, introduce il tema della gioia.

Sulla bocca dell’angelo mette la promessa a Zaccaria: “Avrai gioia ed esultanza, e molti si rallegreranno della sua nascita” (Lc 1,14); e ricorda, al momento del parto di Elisabetta, la gioia che ha coinvolto genitori, parenti, vicini e gli abitanti della regione montuosa della Giudea.

Quando Dio entra nella storia dell’uomo porta sempre vita e gioia.

La parte centrale del brano (vv. 59-66) sviluppa il tema del nome del bambino: “Otto giorni dopo vennero per circoncidere il bambino e volevano chiamarlo con il nome di suo padre, Zaccaria”.

Sorprende che Luca voglia far coincidere il momento della circoncisione con l’imposizione del nome. Farà la stessa cosa anche per Gesù (cf. Lc 2,21). Eppure non risulta che fosse questo l’uso in Israele, dove il nome veniva dato al momento della nascita, non otto giorni dopo (cf. Gen 4,1; 21,3; 25,25-26).

Stupisce anche il fatto che parenti e vicini vogliano chiamare il bambino con il nome di suo padre, Zaccaria. La tradizione era di dare il nome del nonno, non del padre.

Sembra, quindi, che Luca, più che riferire un fatto, sia interessato a rilevare che, per il Battista, il nome “Zaccaria” non è adatto.

Cominciamo a cogliere il motivo per cui l’evangelista accosta circoncisione e imposizione del nome.

La circoncisione è il segno dell’appartenenza al popolo dell’alleanza. Con questo rito si entra a far parte d’Israele e si diviene eredi delle promesse che Dio ha fatto ad Abramo e alla sua discendenza. All’ottavo giorno, dunque, il Battista diviene un israelita, come suo padre.

È a questo punto che acquista importanza il nome che riceve perché, presso i popoli dell’antichità, il nome indicava la persona, la sua condizione, le sue qualità, la sua missione.

“Zaccaria” significa “Dio si è ricordato” o “Dio ricorda” le sue promesse. Simboleggia Israele che lungo i secoli ha continuato a trasmettere di padre in figlio “il ricordo” delle profezie, senza mai vederne l’attuazione.

Ora diviene chiara la ragione per cui il Battista non può essere chiamato “Zaccaria”. Nel momento in cui diviene membro del popolo d’Israele non dà semplicemente continuità alla stirpe e alla tradizione di suo padre – come pensano parenti e vicini – ma segna l’inizio dei tempi nuovi.

È finito il tempo del ricordo delle promesse: per l’umanità è spuntato il giorno in cui le profezie si compiono.

A Zaccaria l’angelo ha indicato il nome voluto da Dio: “Giovanni” (cf. Lc 1,13) che significa: “Il Signore ha fatto grazia, ha manifestato la sua bontà, la sua benevolenza”.

Nel tempio Zaccaria era rimasto muto. All’uscita dal santuario, dove aveva ricevuto l’annuncio della nascita di un figlio, era incapace di pronunciare la benedizione. Ora gli si aprono le labbra, e le parole che pronuncia non riguardano il bambino ma il Signore. Sono parole di benedizione, canta le meraviglie di cui è testimone: “Il Signore ha visitato e redento il suo popolo… come aveva detto per bocca dei suoi santi profeti di un tempo” (Lc 1,68.70).

Zaccaria rappresenta Israele che, dopo tanti secoli passati a “ricordare”, ora è testimone della fedeltà di Dio: vede spuntare “un sole che sorge dall’alto, per risplendere su quelli che stanno nelle tenebre e nell’ombra di morte, e dirigere i nostri passi sulla via della pace” (Lc 1,78-79). Ora riconosce i benefici di Dio e proclama a tutti i popoli le meraviglie del suo amore.

Nell’ultimo versetto (v. 80) è riassunta l’infanzia di Giovanni.

A ogni israelita il deserto richiama un tempo decisivo della sua storia e risveglia emozioni e sentimenti legati al cammino dalla schiavitù alla libertà. È il luogo dove i suoi padri hanno fatto l’esperienza della protezione di Dio, dove non sono vissuti di solo pane ma di ogni parola che esce dalla sua bocca.

Il Battista passa la sua adolescenza e la sua giovinezza nel deserto. Si prepara alla sua missione assimilando le ricchezze spirituali che il suo popolo ha accumulato attraverso l’esperienza del deserto.

Luca riprenderà a parlare di lui dopo che avrà raccontato la nascita di Gesù: “Nell’anno quindicesimo dell’impero di Tiberio Cesare … la parola di Dio venne su Giovanni, figlio di Zaccaria, nel deserto” (Lc 3,1-2).

Eccolo di nuovo Giovanni, pronto a svolgere la sua missione.

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CUSTODIAMO LA PAROLA

“Si chiamerà Giovanni” (v. 27)

A scegliere il nome del bambino è la madre, Elisabetta (cf. v. 60). Fatto inaudito per due motivi: nella cultura di quel tempo non spettava alla madre imporre il nome al nascituro; il figlio qui non eredita il nome del padre Zaccaria. Tra l’altro Giovanni non erediterà nemmeno la professione paterna: non diventerà sacerdote.

Giovanni rappresenta il lento e faticoso passaggio dalla religione del “si è sempre fatto così”, alla fede, all’accoglienza della novità dello Spirito, al far spazio perché l’Altro possa compiere la sua opera: «Lui deve crescere; io, invece, diminuire» (Gv 3,30).

Il padre Zaccaria ha consumato da vero “uomo di Dio” la sua vita in un Tempio, sempre al cospetto del suo Signore. Insieme alla propria moglie Elisabetta erano considerati “giusti davanti a Dio e osservavano irreprensibili tutte le leggi e le prescrizioni del Signore” (Lc 1,6). Due persone molto religiose, dunque, ma sterili (cf. Lc 1,7). La vita chiusa esclusivamente nel cerchio del divino rende la vita sterile, muta e sorda. Infatti Zaccaria con tutto il suo stare dinanzi a Dio, quando questi si è finalmente manifestato, non l’ha riconosciuto, e per questo è divenuto muto (cf. Lc 1,20). Non solo: quando gli chiederanno come avrebbe voluto chiamare il figlio, lo fanno con cenni (cf. Lc 1,62), a dimostrare che era pure sordo.

Sì, occorre molto altro che la religione per rendersi attenti alla visita di Dio nella propria vita. La sorpresa di Dio invaderà la nostra esistenza sempre aldilà di come lo abbiamo previsto o meritato. Scorre al di là di ciò che noi pensiamo ed immaginiamo.

Giovanni rappresenta l’uomo che lentamente si distacca dal vecchio mondo religioso, anche se c’è da dire che la sua immagine di Dio continuerà ad essere infarcita da immagini tremende: «Razza di vipere! Chi vi ha fatto credere di poter sfuggire all’ira imminente? … Già la scure è posta alla radice degli alberi; perciò ogni albero che non dà buon frutto viene tagliato e gettato nel fuoco… Colui che viene dopo di me… tiene in mano la pala e pulirà la sua aia e raccoglierà il suo frumento nel granaio, ma brucerà la paglia con un fuoco inestinguibile» (Mt 3,7ss). In realtà Gesù, che è in persona la rivelazione di Dio nel mondo, non chiamerà “vipere” nessuno ma solo “amici” (cf. Gv 15, 15), e non brucerà col fuoco nessuno, ma rivelerà che Dio è l’amore misericordioso anche verso gli ingrati e i malvagi (cf. Lc 6,35).

Ma, alla fine, Giovanni (il cui nome significa “dono di Dio”) sarà un uomo che imparerà a prendere posizione dinanzi ai grandi e ai potenti, dinanzi al male, disposto a portarne tutte le conseguenze. Infatti morirà per mano di Erode, e le ultime parole di Gesù su di lui saranno: «Fra i nati da donna non è sorto alcuno più grande di Giovanni il Battista; ma il più piccolo nel regno dei cieli è più grande di lui» (Mt 11,11).

Questa è l’unica via per la salvezza: il bene vissuto.

PREGHIAMO LA PAROLA

O Padre,

che hai mandato san Giovanni Battista

a preparare a Cristo Signore un popolo ben disposto,

allieta la tua Chiesa con l’abbondanza dei doni dello Spirito,

e guidala sulla via della salvezza e della pace.  Amen.

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Commento al Vangelo della XI domenica del Tempo Ordinario 2018 (Mc 4,26-34)

 

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ASCOLTIAMO LA PAROLA

Mc 4 [26] Diceva: «Così è il regno di Dio: come un uomo che getta il seme sul terreno; [27] dorma o vegli, di notte o di giorno, il seme germoglia e cresce. Come, egli stesso non lo sa. [28] Il terreno produce spontaneamente prima lo stelo, poi la spiga, poi il chicco pieno nella spiga; [29] e quando il frutto è maturo, subito egli manda la falce, perché è arrivata la mietitura». [30] Diceva: «A che cosa possiamo paragonare il regno di Dio o con quale parabola possiamo descriverlo? [31] È come un granello di senape che, quando viene seminato sul terreno, è il più piccolo di tutti i semi che sono sul terreno; [32] ma, quando viene seminato, cresce e diventa più grande di tutte le piante dell’orto e fa rami così grandi che gli uccelli del cielo possono fare il nido alla sua ombra». [33]  Con molte parabole dello stesso genere annunciava loro la Parola, come potevano intendere. [34] Senza parabole non parlava loro ma, in privato, ai suoi discepoli spiegava ogni cosa.

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MEDITIAMO LA PAROLA

Si può accelerare la crescita del regno di Dio?

A questa domanda Gesù risponde con una breve parabola, un piccolo gioiello, conservatoci soltanto da Marco, che costituisce la prima parte del vangelo di oggi (vv. 26-29).

È divisa in tre parti, che corrispondono ai tre momenti in cui si svolge il lavoro agricolo: la semina (v. 26), la crescita del seme (vv. 27-28), la mietitura (v. 29).

La prima e la terza parte, quelle cioè in cui si descrive il lavoro del contadino, sono ridotte al minimo: “Getta il seme sul terreno” (v. 26) e “subito manda la falce” (v. 29): null’altro.

Molto più sviluppata è la parabola centrale. Il narratore vuole chiaramente richiamare tutta l’attenzione sul tempo della crescita; per questo, evita di enfatizzare l’opera del contadino. A Gesù, infatti, preme mettere in risalto una sola cosa: la forza irresistibile del seme che, una volta gettato nella terra, cresce da solo.

Della prima parte della parabola (v. 26) rileviamo un dettaglio: l’evangelista non usa il termine tecnico seminare, ma racconta di un uomo che getta il seme, rendendo quasi percettibile il gesto delle braccia del contadino che sparge ovunque, con grande generosità, i preziosi chicchi. È così che deve essere diffuso il messaggio evangelico: a profusione; e va lanciato nella terra, non in un campo definito e ristretto, ma ovunque, nel mondo intero.

Dopo la stagione della semina viene per l’uomo il momento in cui cessa il lavoro (vv. 27-28). Giorni e notti si succedono e l’agricoltore dorme e veglia senza poter più intervenire nella crescita. È inutile che si dia da fare, che si inquieti o si preoccupi: il processo in atto ormai non dipende più da lui; se si agita, se entra nel campo, provoca solo guai, calpesta e danneggia i teneri germogli. Non deve fare altro che attendere.

Infatti, in silenzio e in modo quasi impercettibile, ecco che inizia il prodigio: dalla terra spunta il seme.

La descrizione della crescita è accurata: prima compare lo stelo, poi la spiga e infine il chicco maturo. Uno sviluppo che lascia stupefatti, ma che non può essere forzato: richiede tempo e pazienza.

Il messaggio è chiaro: l’assimilazione del vangelo non avviene, da parte dell’uomo, in maniera immediata; la sua trasformazione interiore richiede giorni e anni, spesso l’intera vita. Tuttavia, una volta che è penetrata nel cuore, la parola di Cristo mette in atto un dinamismo inarrestabile, anche se lento. Chi l’ha accolta non rimane più lo stesso.

Una delle tentazioni più comuni agli annunciatori del vangelo è lo scoraggiamento. Spesso si abbattono se non verificano subito qualche risultato concreto della loro predicazione.

La parabola è rivolta soprattutto a loro. Se hanno annunciato il messaggio di Cristo in modo autentico, se non l’hanno confuso con la sapienza di questo mondo, se non ne hanno svigorito la forza dirompente con l’aggiunta di un pizzico di buon senso umano, devono coltivare l’intima certezza che i frutti saranno abbondanti.

L’abbondanza del raccolto non dipende da loro, ma dal terreno, più o meno fecondo, in cui il seme della parola è caduto.

Un modello di predicatore è Paolo che ai Corinti dichiarava: “Io ho piantato, Apollo ha irrigato, ma era Dio che faceva crescere” (1Cor 3,6).

Questa parabola insegna che ogni processo di maturazione va rispettato. Chi vuole accelerarlo rischia di lasciarsi prendere dalla frenesia, si convince di poter sostituire la propria azione a quella di Dio e, se interviene, perde facilmente il controllo e ricorre anche a metodi scorretti, fa uso della coercizione, non rispetta la libertà, mette in atto ricatti psicologici.

La parabola interpella tutti quei genitori, educatori, responsabili della comunità cristiana che, pur animati dalle migliori intenzioni, si lasciano a volte prendere dall’impazienza, dalla fretta, dall’efficientismo, ottenendo, come unico risultato, quello di apparire irritanti, aggressivi, intolleranti.

Gran parte delle raccomandazioni dei maestri di vita spirituale è costituita da pressanti inviti all’impegno, allo sforzo continuo, al volontarismo, al lavoro febbrile. Il vangelo di oggi richiama un altro aspetto, altrettanto importante. Ci sono momenti in cui è necessario “dormire”, cioè saper attendere, mantenere la calma e sedersi a contemplare, stupiti, il seme che germoglia e cresce da solo. I frutti andranno certo al di là di ogni previsione. Chi non è convinto di questo non ha fede nella forza prodigiosa della parola di Dio.

Anche la seconda parabola (vv. 30-32) è tratta dall’esperienza della vita dei campi. Il contadino vede ogni giorno piccoli semi scomparire nella terra e rinascere per divenire steli, arbusti e anche grandi alberi.

Con la parabola del granello di senapa che, secondo l’opinione popolare, era il più piccolo di tutti i semi, Gesù intende mettere in risalto il contrasto stupefacente fra la piccolezza degli inizi e la grandezza dei risultati. La meraviglia derivava dalla constatazione che, da un chicco quasi invisibile, germogliava e cresceva, in una sola stagione, un arbusto che anche oggi lungo le rive del lago di Galilea può raggiungere i tre metri di altezza.

Il seme del regno di Dio rimane sempre piccolo e privo della gloria di questo mondo; gli effetti che produce superano invece ogni attesa e nella parabola sono presentati attraverso immagini prese dall’Antico Testamento.

La crescita rigogliosa dell’albero richiama l’esuberanza di vita, la pienezza del successo. Ezechiele, per esempio, paragona l’Assiria, giunta all’apice del potere, a “un cedro del Libano, bello di rami e folto di fronde, alto di tronco; fra le nubi era la sua cima. Le acque lo avevano nutrito, l’abisso lo aveva fatto innalzare, inviando i suoi fiumi attorno al suolo dov’era piantato… Per questo aveva superato in altezza tutti gli alberi dei campi: durante la sua crescita i suoi rami si erano moltiplicati, le sue fronde si erano distese per l’abbondanza delle acque” (Ez 31,3-5).

L’ombra che difende dai raggi ardenti del sole è una metafora della protezione offerta dal regno di Dio a coloro che vi entrano (cf. Sal 91,1).

Anche l’immagine degli uccelli che fanno il nido si ritrova spesso nell’Antico Testamento (cf. Ez 31,6); raffigura coloro che, avendo accordato piena fiducia alla parola di Dio, costruiscono il loro nido nella casa del Signore (cf. Sal 84,4), cioè impostano la loro vita in sintonia con i valori evangelici. Costoro sperimenteranno la beatitudine, la pace, la pienezza dell’amore, al riparo dell’ombra offerta dall’Altissimo (cf. Sal 91,1).

La parabola è un invito a considerare la realtà con gli occhi di Dio. Gli uomini danno valore a ciò che è grande e a ciò che appare, giudicano i successi e i fallimenti delle persone in base al denaro accumulato, alla posizione di potere raggiunta, ai titoli onorifici, al prestigio, alla notorietà. Gesù ha capovolto questa scala dei valori: “Chiunque si farà piccolo come questo bambino, costui è il più grande nel regno dei cieli” (Mt 18,4).

Solo chi si sarà fatto piccolo come un granello di senapa diverrà “come albero piantato lungo corsi d’acqua, che dà frutto a suo tempo: le sue foglie non appassiscono e tutto quello che fa, riesce bene” (Sal 1,3).

La parabola vuole infondere gioia e ottimismo. Un giorno appariranno a tutti le meraviglie operate da Dio attraverso chi, come suo Figlio, si sarà fatto mite e umile servo degli uomini.

Di tutto il messaggio cristiano, questa è certo la parte più difficile da accettare. Per i più rimane un enigma irrisolto, non perché non ne comprendano il significato, ma perché è umanamente assurdo e inconcepibile che, facendosi piccoli, si appaia grandi davanti a Dio.

Il brano si chiude con una annotazione dell’evangelista: “Senza parabole non parlava loro ma, in privato, ai suoi discepoli spiegava ogni cosa” (v. 34). Bisogna, dunque, dedicare tempo al dialogo con Cristo e lasciarsi ammaestrare da lui, in un clima di silenzio e di ascolto, se si vuole accogliere la luce necessaria per assimilare e tradurre in scelte di vita il messaggio di questa parabola.

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CUSTODIAMO LA PAROLA

“…il seme germoglia e cresce…” (v. 27).

Dice Tommaso d’Aquino: “Il bene si diffonde da sé”.

Diamo solitamente poca fiducia al bene. Non crediamo in fondo che sia l’unica soluzione dinanzi al male e alla violenza. Dobbiamo ancora crescere molto nella fiducia che la vittoria, il compimento, il frutto non spetta a noi, ma alla potenza insita nel bene stesso che compiamo.

L’unica cosa che ci viene chiesta è fare il bene, e poi attendere, credendo fermamente che alla fine il frutto sboccerà, con i suoi tempi e non con i nostri. Infatti, il bene – dentro e fuori di noi – necessita di tempi molto lunghi per affermarsi. Solo il male, per compiersi, ha bisogno di tempi rapidissimi .

Se una cosa è vera, prima o poi, emergerà. La menzogna ha, invece, necessità di essere proclamata a squarciagola, altrimenti nessuno gli crede.

Il contadino sa che il lavoro fatto in autunno porterà frutto solo dopo un inverno rigido e buio, e nel frattempo sa anche di non dover fare niente, perché a volte il non fare è l’opera più grande e produttiva che si possa compiere: “Questa è l’opera di Dio: che crediate” (Gv 6,29). Nella vita spirituale, quanto meno si opera e quanto più si crede, maggiormente si crea. 

Chi non crede che il seme porti in sé la possibilità del compimento, che operare il bene sia già promessa di un futuro rigoglioso, si darà sempre da fare per indottrinare, aggiungere parole a parole, forzare i tempi, costringere, usare violenza.

Il bene invece ha un altro modo di essere fecondo: laddove a noi sembra che vi sia la morte, la sconfitta, il silenzio, il bene comincia ad agire apportandovi vita, vittoria, presenza. Il v. 27: «Dorma o vegli, di notte o di giorno…» è il richiamo alla morte di Gesù. È lui il seme che è stato gettato nel cuore della terra, nel campo del mondo.

Se cerchiamo di affermare il regno di Dio attraverso il potere, l’organizzazione, il successo, la strategia del mondo, insomma, non contribuiremo a far altro che aumentare la presenza del male nel mondo stesso.

Pietro, Giuda, i romani, i religiosi del suo tempo rifiutarono Gesù, il bene fatto carne, perché non poterono accettare la rivelazione di un Dio debole, piccolo e fragile. Quando fu annunziata ai pastori la nascita di Gesù, il segno fu questo: «Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, adagiato in una mangiatoia» (Lc 2,12).

Questo è Dio, il bene incarnato.

Questa è l’unica via per la salvezza: il bene vissuto.

PREGHIAMO LA PAROLA

Il tuo Regno, Signore,

è come un piccolo seme,

è come scintille luminose,

è come rugiada feconda

che vive tra noi,

invisibile e nascosto.

Vive e fa vivere.

Vive e trasforma.

Il tuo Regno è la pace

che germoglia nel cuore da sè,

come, noi stessi non lo sappiamo.

Il tuo Regno è la Parola

che sveglia la coscienza.

Il tuo Regno, come seme,

viva in noi.  Amen.

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Commento al Vangelo della X domenica del Tempo Ordinario 2018 (Mc 3,20-35)

ASCOLTIAMO LA PAROLA

Mc 3 [20] Entrò in una casa e di nuovo si radunò una folla, tanto che non potevano neppure mangiare. [21] Allora i suoi, sentito questo, uscirono per andare a prenderlo; dicevano infatti: «È fuori di sé». [22] Gli scribi, che erano scesi da Gerusalemme, dicevano: «Costui è posseduto da Beelzebùl e scaccia i demòni per mezzo del capo dei demòni». [23] Ma egli li chiamò e con parabole diceva loro: «Come può Satana scacciare Satana? [24] Se un regno è diviso in se stesso, quel regno non potrà restare in piedi; [25] se una casa è divisa in se stessa, quella casa non potrà restare in piedi. [26] Anche Satana, se si ribella contro se stesso ed è diviso, non può restare in piedi, ma è finito. [27] Nessuno può entrare nella casa di un uomo forte e rapire i suoi beni, se prima non lo lega. Soltanto allora potrà saccheggiargli la casa. [28] In verità io vi dico: tutto sarà perdonato ai figli degli uomini, i peccati e anche tutte le bestemmie che diranno; [29] ma chi avrà bestemmiato contro lo Spirito Santo non sarà perdonato in eterno: è reo di colpa eterna». [30] Poiché dicevano: «È posseduto da uno spirito impuro». [31] Giunsero sua madre e i suoi fratelli e, stando fuori, mandarono a chiamarlo. [32] Attorno a lui era seduta una folla, e gli dissero: «Ecco, tua madre, i tuoi fratelli e le tue sorelle stanno fuori e ti cercano». [33] Ma egli rispose loro: «Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli?». [34] Girando lo sguardo su quelli che erano seduti attorno a lui, disse: «Ecco mia madre e i miei fratelli! [35] Perché chi fa la volontà di Dio, costui per me è fratello, sorella e madre».

MEDITIAMO LA PAROLA

“Chi è costui?”: è l’interrogativo che, fin dall’inizio del vangelo di Marco, tutti si pongono riguardo a Gesù. Chi è quest’uomo che scaccia i demòni, insegna con autorità, accarezza i lebbrosi, si siede a tavola con i peccatori, non pratica il digiuno, infrange il precetto del sabato e ha il coraggio di sfidare gli scribi e i farisei “guardandoli con indignazione” (Mc 3,5)?

Nel brano di oggi vengono presentate due interpretazioni dell’identità di questo personaggio tanto misterioso. La prima è quella dei familiari che sono introdotti all’inizio dell’episodio (vv. 20-21) e che ricompaiono alla fine (vv. 31-35). La seconda interpretazione è espressa da una delegazione composta da scribi, che gli chiedono conto, in modo ufficiale, della posizione inspiegabile che ha assunto nei confronti della legge e delle istituzioni religiose del suo popolo (vv. 22-30).

Ricostruiamo la scena: Gesù si trova in una casa – c’è da supporre a Cafarnao – , è circondato da una grande folla e sta esponendo la sua “dottrina nuova”. L’interesse è tale che le persone si dimenticano o non hanno neppure il tempo di prendere cibo (v. 20).

A questo punto entrano in scena i familiari, i quali vorrebbero prendere con sè Gesù e danno una loro interpretazione di ciò che sta accadendo: “È fuori di sè!”, come dire: “E’ impazzito!” (v. 21). Un’opinione che lascia sconcertati, soprattutto se si tiene presente che nel gruppo dei parenti c’è anche la madre (v. 31).

Fra la partenza di questi familiari e il loro arrivo a Cafarnao, è inserita la discussione di Gesù con gli scribi venuti da Gerusalemme. Questi aprono le ostilità con un’accusa pesante, che è anche la loro risposta all’interrogativo che tutti si pongono: “Chi è costui?”. Affermano: è un peccatore! 

Ma esaminiamo il contenuto del brano prendendo in esame, anzitutto, i versetti che, all’inizio e alla fine, parlano dei familiari. Sono venuti “per impadronirsi” di Gesù. Come si spiega la loro decisione?

Da alcuni mesi egli ha lasciato Nazaret e percorre tutta la Galilea “predicando nelle loro sinagoghe e scacciando i demoni” (Mc 1,39). Nel suo paese d’origine sono arrivate notizie contrastanti sulla sua attività. Qualcuno ne parla con entusiasmo, ma i più avanzano obiezioni e rimangono sbigottiti. Tutti si sono ormai resi conto che il suo messaggio non è in sintonia con la dottrina ufficiale degli scribi e dei farisei e che il suo comportamento non è conforme alle sacre tradizioni degli antichi. Qualcuno comincia a definirlo un indemoniato e un “samaritano”, cioè un eretico (cf. Gv 8,48.52). Inquieta soprattutto il fatto che i farisei e gli erodiani si sono già riuniti per studiare il modo per toglierlo di mezzo (cf. Mc 3,6). Ci sono dunque tutte le ragioni per essere preoccupati. La famiglia si sente chiamata in causa, si chiede se non sia giunto il momento di richiamarlo all’ordine, di convincerlo ad adeguarsi a comportamenti più convenzionali.

Quando la madre e i suoi parenti giungono a Cafarnao Gesù si trova in casa, in mezzo a una cerchia di persone. Non entrano, vogliono parlargli e pretendono che sia lui ad uscire.

I parenti che restano fuori rappresentano, nell’intenzione di Marco, l’antico Israele. Giustamente l’evangelista non cita Maria per nome ma la chiama semplicemente “madre”, perché la considera il simbolo di quel popolo dal quale è nato il Salvatore. L’antico Israele è stato colto di sorpresa dallo stile di Gesù, diverso da quello che tutti si attendevano, e per questo ha cercato di farlo rientrare negli schemi tradizionali.

Gesù, però, non può accettare! Non è lui che deve uscire, sono quelli che stanno fuori che devono entrare e accettare le condizioni per appartenere al nuovo Israele, che è la comunità cristiana. Devono sedersi attorno a lui come fratelli e sorelle, lasciarsi scrutare dal suo sguardo (v. 34), ascoltare la sua parola e mettersi a servizio della volontà del Padre (v. 35). Chi resta fuori da questa prospettiva, anche se biologicamente è un figlio di Abramo, non è né suo fratello, né sua sorella, né sua madre: si autoesclude dal progetto salvifico di Dio.

Questi parenti rappresentano anche tutti coloro che appartengono solo “materialmente” alla famiglia inaugurata da Gesù: hanno i loro nomi scritti nei registri del battesimo, sono convinti di conoscerlo bene perché, fin dall’infanzia, sono cresciuti sentendo parlare di lui, ma non stanno costantemente “seduti ai suoi piedi” per ascoltarlo, non orientano tutte le loro scelte sulla sua parola, tentano di adattarla al “buon senso” umano e, quando non sono d’accordo con lui, non lo seguono. In realtà, costoro rimangono “fuori dalla casa” , fuori cioè dalla comunione ecclesiale.

Nella parte centrale del brano (vv. 22-30), inserita fra la partenza e l’arrivo dei parenti, è introdotto un secondo gruppo: gli scribi, che si sono fatti una loro opinione su Gesù e la vanno diffondendo fra il popolo. È un indemoniato – assicurano – e compie guarigioni perché complice di Beelzebùl, il principe dei demòni.

All’accusa degli scribi Gesù risponde con un argomento che indica il principio che, in qualunque momento, permette di stabilire chi opera secondo Dio e chi invece sta dalla parte del maligno: opera secondo Dio chiunque ricerca il bene dell’uomo, è mosso dal demonio chiunque agisce contro l’uomo.

Stabilito il criterio per fare il giusto discernimento, è facile per Gesù dimostrare che le sue opere vengono da Dio, perché lui è venuto per dare la vita all’uomo. Le sue azioni sono dunque incompatibili con i disegni di satana. Chi agisce in favore dell’uomo, chi veste gli ignudi, cura i malati, spezza il pane con chi ha fame, costui, credente o no, non può che essere animato dallo Spirito di Dio.

La seconda immagine a cui Gesù ricorre per contraddire l’accusa degli scribi è quella dell’uomo forte che viene sconfitto da uno più forte. Il regno di satana – afferma Gesù – ha i giorni contati: la sua fine è già iniziata perché nel mondo è entrata una forza di bene immensamente superiore. Anche se satana sembra ancora dominare sull’uomo, in realtà uno, molto più forte di lui, gli ha tolto la capacità di nuocere.

Queste affermazioni sono un invito alla speranza, uno stimolo a coltivare la certezza che il disegno di salvezza di Dio si compirà, anche se ci vorrà ancora molto tempo prima che questa vittoria si manifesti in pienezza. Pensare il contrario, rassegnarsi di fronte al male, lasciarsi cadere le braccia, equivale a riconoscere che Gesù è meno forte del male.

Il gruppo degli scribi che considera Gesù un agente di satana rappresenta coloro che, oggi come allora, lottano contro chi, credente in Dio o no, si schiera dalla parte dell’uomo. Chi opprime l’uomo, chi lo rende schiavo, si sente sempre minacciato dal vangelo di Cristo. Per questo reagisce, diviene aggressivo, difende la propria posizione con tutti gli strumenti a sua disposizione: la cattiveria, la minaccia, l’insulto, la calunnia e perfino la violenza.

Concludendo la propria difesa, Gesù fa un’affermazione solenne: “Tutto sarà perdonato ai figli degli uomini, i peccati e anche tutte le bestemmie che diranno; ma chi avrà bestemmiato contro lo Spirito Santo non sarà perdonato in eterno: è reo di colpa eterna” (vv. 28-30).

Sottolineiamo, innanzitutto, la prima parte della frase. Gesù assicura che tutti i peccati verranno perdonati. Come dire: la sconfitta del male sarà piena, universale e definitiva.

Che cos’è allora il peccato contro lo Spirito?

Da quanto viene detto nel v. 30 si intuisce che Gesù accusa di questo peccato coloro che affermano che la sua opera viene dal maligno e, quindi, agisce contro l’uomo. Bestemmia contro lo Spirito chi si allontana da Gesù e dal suo vangelo perché ritiene che egli indichi cammini di morte.

L’affermazione di Gesù, naturalmente, non si riferisce alla condanna all’inferno. Egli parla del presente, non del futuro, vuole scuotere le coscienze e denunciare la gravità di una scelta contraria al progetto di Dio e agli impulsi dello Spirito. Per raggiungere il suo obiettivo ricorre a un’immagine impressionante, com’erano soliti fare i rabbini del suo tempo, quando volevano inculcare una verità importante. Non minaccia castighi eterni: mette in guardia da un pericolo attuale.

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CUSTODIAMO LA PAROLA

Allora i suoi, sentito questo, uscirono per andare a prenderlo; dicevano infatti: “È fuori di sé” (v. 21).

Gesù è considerato “fuori di testa” sia da sua madre, sia dai suoi parenti che vanno a prenderlo per riportarlo a casa (vv. 21.31). Non essendo allineato alla religione di famiglia, a quella “tradizione” il cui adagio è: “Si è fatto sempre così!”, viene considerato “fuori di sé”.

Ma Gesù preferisce passare per un “folle” perchè disobbediente, sovversivo, pur di non accettare una tradizione fatta da uomini (cf. Mc 7,8) e spacciata come proveniente da Dio.

I suoi dunque lo prendono per un pazzo, i professionisti della religione (scribi e farisei) per un indemoniato (v. 30).

Gesù è un folle perché uomo libero, e libero perché vero, e vero perché aperto alla novità dello Spirito, e perché ha compreso che il “suo” Dio è sempre dalla parte degli uomini. Per questo ha guarito i lebbrosi impuri che la legge considerava maledetti; ha perdonato l’adultera che la legge reputava meritevole di morte; ha violato il sabato – il più alto comandamento divino – a favore del bene dell’uomo; ha dichiarato puri tutti gli alimenti quando la legge proibiva l’uso di una miriade di cibi; ha toccato una donna in preda alle emorragie di sangue quando la legge considerava donne come questa inavvicinabili. Si comportava così perchè profondamente convinto che il “suo” Dio non considerava impuro o profano nessuno (cf. At 10,28). Ha accolto pagani e stranieri, andando contro il Dio nazionalista ebraico, perché il “suo” Dio non può fare preferenza di persona, a qualunque nazione appartenga (cf. At 10,35). Gesù è libero perché è vero, e vero perché mosso dallo Spirito che altro non è che Amore (cf. Gal 5,22).

Non entreremo nella casa di Dio, non saremo riconosciuti tra i suoi familiari più stretti perché “crediamo” ad una dottrina o osserviamo leggi e precetti propri di una tradizione umana, ma solo perché “facciamo” la volontà del Padre (v. 35), ossia cerchiamo di mettere sempre prima l’uomo, il suo bene e la sua dignità, usandogli – per quanto è possibile – misericordia e perdono.

PREGHIAMO LA PAROLA

Voglio credere, Signore Gesù!

Voglio credere alla tua Parola,

alle tue logiche di vita,

al tuo stile scomodo e scomodante.

Voglio credere che la tua Parola

possa spalancare vie nuove alla mia vita;

credere che ciò che tu hai vissuto

sia vero anche per me.

Voglio credere che lo Spirito Santo,

vivo e operante in te,

continui a vivere anche in me.

Voglio credere, Signore!  Amen.

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Commento al Vangelo del Corpus Domini 2018 (Mc 14,12-16.22-26)

ASCOLTIAMO LA PAROLA

Mc 14 [12] Il primo giorno degli Azzimi, quando si immolava la Pasqua, i suoi discepoli gli dissero: «Dove vuoi che andiamo a preparare, perché tu possa mangiare la Pasqua?». [13] Allora mandò due dei suoi discepoli, dicendo loro: «Andate in città e vi verrà incontro un uomo con una brocca d’acqua; seguitelo. [14] Là dove entrerà, dite al padrone di casa: “Il Maestro dice: Dov’è la mia stanza, in cui io possa mangiare la Pasqua con i miei discepoli?”. [15] Egli vi mostrerà al piano superiore una grande sala, arredata e già pronta; lì preparate la cena per noi». [16] I discepoli andarono e, entrati in città, trovarono come aveva detto loro e prepararono la Pasqua. [22] E, mentre mangiavano, prese il pane e recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro, dicendo: «Prendete, questo è il mio corpo». [23] Poi prese un calice e rese grazie, lo diede loro e ne bevvero tutti. [24] E disse loro: «Questo è il mio sangue dell’alleanza, che è versato per molti. [25] In verità io vi dico che non berrò mai più del frutto della vite fino al giorno in cui lo berrò nuovo, nel regno di Dio». [26] Dopo aver cantato l’inno, uscirono verso il monte degli Ulivi.

MEDITIAMO LA PAROLA

Leggendo la prima parte del brano (vv. 12-16) si ha la sensazione che Gesù e il gruppo dei discepoli si muovano con molta prudenza, perché sono in pericolo a causa dell’odio e delle minacce dei sommi sacerdoti. Si trovano a Betania e, per celebrare la cena pasquale, devono recarsi a Gerusalemme, l’unico luogo in cui si può mangiare l’agnello. C’è un segno di riconoscimento, concordato – sembra – da Gesù con il proprietario di una casa, situata nella parte alta della città, quella dove risiedono i ricchi, e questo segno particolare accresce l’atmosfera di mistero che avvolge tutta la scena. Due discepoli precedono il gruppo per preparare, al piano superiore dell’abitazione, un’ampia sala per la cena.

Per cogliere il messaggio che l’evangelista vuole trasmettere, bisogna andare oltre quello che, a prima vista, sembra un semplice resoconto; e il primo dettaglio che va rilevato è che l’iniziativa di celebrare la Pasqua non parte da Gesù ma dai discepoli (v. 12). Sono loro che vogliono fare memoria della liberazione dall’Egitto. Non immaginano ciò che accadrà quella stessa sera durante la cena: come rappresentanti delle dodici tribù d’Israele verranno coinvolti nella “nuova” Pasqua: quella di Gesù.

Un secondo particolare: l’incaricato di accompagnare i discepoli nella sala del banchetto è un servo che svolge un servizio riservato alle donne: portare una brocca d’acqua. Non è un dettaglio banale ma il segno del cambiamento dei rapporti sociali. È la percezione di questo capovolgimento a guidare i discepoli verso il luogo della festa alla quale Gesù sta per dare inizio. Nella sala del banchetto entra chi sa vedere le persone in modo diverso, chi si lascia guidare dai segni sorprendenti dati da Cristo: i ricchi che si fanno poveri, i grandi che scelgono di divenire piccoli, gli uomini che si assumono i servizi umili imposti, fino ad allora, alle donne.

Anche l’accurata descrizione della sala è importante: è spaziosa, perché è destinata ad accogliere molte persone; è situata in alto, come il monte in cima al quale risuonava la parola del Signore (cf. Es 24,1-4); ed è arredata con divani, perché chiunque entra, anche se povero o schiavo, acquista la libertà. Questi particolari alludono, in modo evidente, alla santa Cena celebrata nelle comunità cristiane.

Calata la sera i Dodici si ritrovano con Gesù per mangiare l’agnello pasquale. Pensano di celebrare la liberazione dall’Egitto e l’alleanza del Sinai, ma divengono invece testimoni della nuova alleanza annunciata dai profeti e ricevono come nutrimento il vero Agnello.

Alla seconda parte (vv. 22-26) ci accostiamo con trepidazione perché si tratta del testo liturgico usato nelle prime comunità cristiane per la celebrazione dell’eucaristia, testo composto nei primi anni di vita della Chiesa e conservatoci da Marco, in qualità di autore del primo vangelo.

Nel racconto non c’è alcuna allusione alla pasqua giudaica. I Dodici, che hanno preparato l’agnello, vedono la cena pasquale ebraica trasformarsi nella cena di Gesù, cioè nel banchetto eucaristico.

“Mentre mangiavano, prese il pane e recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro” (v. 22). Fin qui nulla di nuovo rispetto al rito tradizionale. Come capotavola, Gesù ha fatto precedere la distribuzione del pane dalla preghiera di benedizione: “Sii lodato, Signore, nostro Dio, re del mondo, che fai scaturire il pane dalla terra”.

Inconsueti sono invece l’invito rivolto ai discepoli: “Prendete” e, soprattutto, il valore attribuito al pane: “Questo è il mio corpo”, cioè, “Questo sono io”.

I discepoli, forse, capiscono il significato del gesto e delle parole del Maestro. Egli ha fatto di tutta la sua vita un dono, è divenuto pane spezzato per l’uomo; ora vuole che i suoi discepoli condividano la sua scelta, entrino in comunione con lui; solo così saranno partecipi della sua stessa vita.

Adesso è chiaro, anche per noi, cosa significa accostarsi all’eucaristia: non si tratta di un incontro devozionale con Gesù ma della decisione di essere, come lui, in ogni momento, pane spezzato per i fratelli.

Al termine della cena, Gesù beve il calice di vino.

Il suo gesto è carico di simbolismo perché è l’ultima coppa, quella del distacco dall’antica alleanza; infatti dichiara: “Non berrò mai più del frutto della vite fino al giorno in cui lo berrò nuovo, nel regno di Dio” (v. 25).

A differenza del Battista, Gesù mangiava, beveva (cf. Mt 11,18-19) e accettava inviti a cena. A un gruppo di farisei e di seguaci del Battista, che gli avevano chiesto la ragione per cui non digiunava, aveva risposto: “Possono forse digiunare gli invitati a nozze, quando lo sposo è con loro? Finché hanno lo sposo con loro, non possono digiunare. Ma verranno giorni quando lo sposo sarà loro tolto: allora, in quel giorno, digiuneranno” (Mc 2,19-20). Gesù prevedeva, per la comunità dei suoi discepoli, un tempo di lutto, di tristezza, di astensione dalle bevande inebrianti. Il messaggio è chiaro: lì dove è assente luilo sposomanca il vino, cioè non c’è la gioia della festa. I segni trionfanti del male e della morte, sì, sono presenti nel mondo e questo rattrista i discepoli, ma “un banchetto di grasse vivande, un banchetto di vini eccellenti, di cibi succulenti, di vini raffinati” (Is 25,6) avrà luogo e Gesù sarà presente alla festa e offrirà a tutti il suo vino: “Lo berrò (sottinteso: con voi) nuovo, nel regno di Dio”.

Il calice è quello del suo sangue, “il sangue dell’alleanza, che è versato per molti”.

L’alleanza stipulata al Sinai non aveva raggiunto l’obiettivo di mantenere il popolo in comunione con il Signore: era stata sancita con il sangue che, essendo di animali, non possedeva alcuna forza vivificante. L’alleanza di Gesù, invece, è celebrata con il “suo” sangue, in cui è presente la vita divina, offerta a chiunque la voglia accogliere.

Il sangue della nuova alleanza è versato per molti, che significa per tutti.

L’eucaristia non è stata istituita per i singoli, per permettere a ognuno di incontrare personalmente Cristo, per favorire il fervore individuale o l’isolamento spirituale. L’eucaristia è l’alimento della comunità, è pane spezzato e condiviso tra fratelli, perché è la comunità il segno dell’umanità nuova, nata dalla resurrezione di Gesù.

La porta della grande sala, che si trova al piano superiore, è sempre spalancata, perché tutti possano entrare. Il banchetto del regno di Dio, annunciato dai profeti, è preparato “per tutti i popoli” (Is 25,6), tutti devono essere accolti, nessuno escluso. Per Dio non ci sono uomini puri e uomini impuri, gente degna e gente indegna; di fronte all’eucaristia tutti sono sullo stesso piano, tutti sono peccatori, indegni, ma invitati a entrare in comunione con Cristo.

Il pane – che è il corpo di Cristo – e il calice del vino – che è il suo sangue – creano una comunità di “con-corporei” e di “con-sanguinei” con Cristo e tra di loro, così da costituire il popolo nuovo che ha come unica legge il servizio ai fratelli fino a donare in “cibo” la propria vita, per saziare ogni forma di fame che c’è nel cuore dell’uomo.

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CUSTODIAMO LA PAROLA

«Prendete, questo è il mio corpo… questo è il mio sangue» (v. 22.24).
Gesù si fa dono senza se e senza ma. Il suo amore è “gratis” e immeritato. Non chiede “carta d’identità” o “fedina penale” prima di donarsi. Un dettaglio sconvolgente, riportato solo da Giovanni, è che l’unico discepolo che si “comunica” al pane donato da Gesù è Giuda, il traditore (cf. Gv 13,26).

Una certa spiritualità malata ha insinuato l’idea che la comunione eucaristica sia il premio dei buoni, la ricompensa dei puri, la palma per i vincitori. Come se per ricevere la prestazione d’un medico occorresse essere sani, distorcendo così il messaggio di Gesù che invece dice: «Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati» (Lc 5,31).

Il comando di Gesù: “Fate questo in memoria di me”, che viene ripetuto durante ogni celebrazione, non sta a significare che bisogna moltiplicare le Messe ma piuttosto a vivere nello stile di Cristo, ossia nel dono di sé come seme che muore nella terra. “La celebrazione eucaristica realizza se stessa quando fa in modo che i credenti donino ‘corpo e sangue’, come Cristo, per i fratelli” (Carlo Maria Martini).

Se, “fatta la comunione”, si esce dalla chiesa pensando di aver accresciuto la propria “santità” o di aver semplicemente assolto al precetto domenicale, e non si è disposti a farsi “prendere” e “mangiare dall’altro”, perdiamo anche ciò che si è ricevuto in chiesa. Nel cristianesimo non ha diritto di cittadinanza alcun atto magico.

Il dono ricevuto, se non è ri-donato a propria volta, va perduto: “Infatti a colui che ha [donato], verrà dato e sarà nell’abbondanza; ma a colui che non ha [donato], sarà tolto anche quello che ha” (Mt 13,12).

Diventare pane, perché l’altro mangiando riceva vita; farsi sangue versato, perché l’altro bevendone possa fare esperienza dell’amore che trasforma: questo significa celebrare l’eucaristia.
PREGHIAMO LA PAROLA
Signore Gesù,
pane spezzato e fatto dono,
vino versato per la nostra salvezza:
insegnaci a seminare nel mondo
gesti capaci di dare vita.
La paura della nostra povertà
ci spinge a trattenerci,
ma tu facci convinti che nulla più del dono
può renderci fratelli.
Pane della vita nutrici di te,
svela al nostro cuore
i sentieri della condivisione
e insegnaci a percorrerli
perché un futuro nuovo inizi oggi.  Amen.
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Commento al Vangelo della Trinità 2018 (Mt 28,16-20)

ASCOLTIAMO LA PAROLA

Mt 28 [16] Gli undici discepoli, intanto, andarono in Galilea, sul monte che Gesù aveva loro indicato. [17] Quando lo videro, si prostrarono. Essi però dubitarono. [18] Gesù si avvicinò e disse loro: «A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra. [19] Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, [20] insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo».
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COMPRENDIAMO LA PAROLA
La liturgia odierna ci fa leggere la conclusione del vangelo di Matteo, dove si sottolinea l’intronizzazione definitiva di Gesù come sovrano dell’universo. Si conclude, così, il tempo della presenza visibile di Gesù in mezzo ai suoi e si profila l’inizio del tempo della Chiesa.
Secondo questo brano conclusivo, il tempo della Chiesa è caratterizzato da un comando fondamentale che Gesù ha affidato alla comunità: l’evangelizzazione. Il programma per il tempo della Chiesa è il seguente: “Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo” (v. 19).
Il Battesimo qui viene presentato come un segno efficace che comunica a chi crede la stessa vita che circola all’interno della Trinità, che è essenzialmente vita di amore e di comunione.
All’indomani della Pentecoste, Pietro dirà nel suo primo discorso: “Convertitevi e ciascuno di voi si faccia battezzare nel nome di Gesù Cristo, per il perdono dei vostri peccati, e riceverete il dono dello Spirito Santo” (At 2,38). E l’apostolo Paolo dirà al carceriere: “‘Credi nel Signore Gesù e sarai salvato tu e la tua famiglia’. E proclamarono la parola del Signore a lui e a tutti quelli della sua casa… e subito fu battezzato lui con tutti i suoi” (At 16,31-33).
Il nostro brano parla di un gruppo di persone “ferite” che si raccolgono attorno al Signore, dopo la sua risurrezione.
MEDITIAMO LA PAROLA
v. 16 Gli undici discepoli, intanto, andarono in Galilea, sul monte che Gesù aveva loro indicato.
 
I discepoli non sono più dodici ma undici, perchè uno ha tradito e se n’è andato. Un altro ancora ha rinnegato e gli altri hanno avuto paura (cf. Mt 27,3-10). Esso è un gruppo umiliato dalla propria debolezza e dai propri errori. 
Gli apostoli, prima dell’elezione di Mattia, che prenderà il posto di Giuda (cf. At 1,12-26), si recano all’appuntamento con il Cristo risorto, non per riconoscerlo ma per ascoltarne la parola ultima e definitiva. Il luogo è un monte. Di quale monte si tratta?
Matteo è l’unico evangelista che fa iniziare e terminare l’attività di Gesù su di un monte (cf. Mt 5,1; 28,16). 
L’evangelista non dà un’indicazione geografica ma teologica. Il monte è il luogo della terra più elevato e quindi più vicino al cielo. Per questo motivo, le culture antiche attestano che sul monte ci sia la dimora della divinità. Salire sul monte significa, quindi, poter accedere alla divinità stessa.
Matteo indica il monte perché Cristo diventa il nuovo Mosè, che raccoglie e riassume tutto l’insegnamento di Mosè. “Io, quando sarò innalzato da terra, attirerò tutti a me” (Gv 12,32): è la promessa che Gesù aveva fatto. Lui, il crocifisso, risorto, sarebbe diventato il centro dell’umanità, quasi la mèta di un grande pellegrinaggio che doveva raccogliere tutti gli uomini “dai confini della terra” (At 1,8). Gli Undici, in tutta la loro debolezza, ne sono la primizia. Per questo vanno incontro a Gesù, in Galilea, sul monte indicato. Come Mosè era salito sul monte Sinai per vedere la gloria di Dio e ricevere la parola della Legge (cf. Es 19 e 20), anche loro devono salire “sul monte” per vedere il Signore risorto e ricevere da lui l’ultima e decisiva parola d’insegnamento.
Il richiamo alla Galilea ha un significato preciso: la Galilea è il luogo in cui i discepoli avevano incontrato Gesù per la prima volta (cf. Mt 4,18-22) e avevano ricevuto da lui la prima missione ufficiale (cf. Mt 10,1-16); è il luogo dove Gesù ha vissuto la vita d’ogni giorno e iniziato la sua predicazione (cf. Mt 4,12-17); ed è il luogo del Gesù storico, itinerante per le strade della Palestina.
v. 17 Quando lo videro, si prostrarono. 
Il verbo “vedere” è lo stesso adoperato dall’evangelista nelle beatitudini: “Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio” (Mt 5,8); verbo che non indica il semplice vedere “fisico” ma un vedere “spirituale”, cioè una profonda conoscenza del Signore (cf. Mt 26,64; 28,10).
Ora i discepoli vedono il Cristo risorto. Vederlo non dipende dalla vista ma dalla fede. La capacità di vedere il Risorto si basa sulla fede dell’individuo, come nel caso della risurrezione di Lazzaro, condizionata dalla fede che Gesù richiede alla sorella Marta: “Non ti ho detto che se crederai (lett. credi), vedrai la gloria di Dio?” (Gv 11,40).
I discepoli “si prostrarono”. La prostrazione è l’atteggiamento di chi crede e accoglie la presenza di Dio. La stessa cosa fecero i magi (cf. Mt 2,11); la stessa cosa viene richiesta a Gesù da satana nel deserto: “Tutte queste cose io ti darò se, gettandoti ai miei piedi, mi adorerai” (Mt 4,9).
Essi però dubitarono. 
Questa annotazione ci permette di rivedere, nell’esperienza degli Undici, la nostra stessa esperienza: sono fragili e deboli, come noi; vanno incontro al Signore con la loro fede, ma è una povera fede, come – spesso – quella nostra. 
La verità è che adorazione e dubbio vanno di pari passo nel cammino della fede. Il verbo “dubitare” (equivalente a “vacillare”) viene adoperato dall’evangelista soltanto qui e nell’episodio di Pietro che tenta di camminare sulle acque: “Vedendo che il vento era forte, s’impaurì e, cominciando ad affondare, gridò: ‘Signore, salvami!’. E subito Gesù tese la mano, lo afferrò e gli disse: ‘Uomo di poca fede, perché hai dubitato?'” (Mt 14,30-31).
L’accostamento tra i due episodi vuole indicare che tutti i discepoli non hanno ancora la fede sufficiente per comprendere pienamente Gesù nella sua condizione divina.
v. 18 Gesù si avvicinò e disse loro: “A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra.
All’inizio del suo ministero, Gesù ricevette l’offerta da satana di un potere, quando “lo portò sopra un monte altissimo e gli mostrò tutti i regni del mondo e la loro gloria e gli disse: ‘Tutte queste cose io ti darò se, gettandoti ai miei piedi, mi adorerai'” (Mt 4,8-9). A quell’offerta Gesù oppose un netto rifiuto: “Vattene, Satana! Sta scritto infatti: ‘Il Signore, Dio tuo, adorerai: a lui solo renderai culto'” (Mt 4,10).
Gesù aveva già un potere nella sua vita: lo stesso Matteo infatti sottolinea che, quando Gesù parla, lo fa con autorità (cf. Mt 7,29), cioè con forza, come se nelle sue parole si potesse incontrare la parola diretta di Dio, quella Parola che ha creato i cieli (cf. Gen 1,8) e che quindi ha un potere che s’impone all’esistenza dell’uomo.
In questo versetto Gesù stesso conferma quanto la Scrittura dice di Lui: “A uno simile a un figlio d’uomo furono dati potere, gloria e regno; tutti i popoli, nazioni e lingue lo servivano: il suo potere è un potere eterno, che non finirà mai, e il suo regno non sarà mai distrutto” (Dn 7,14). L’evangelista Matteo dà la sua sfumatura sul potere di Gesù: “Non è venuto per farsi servire, ma per servire” (Mt 20,28); non viene per dominare le nazioni ma per liberarle comunicando loro lo Spirito vitale di Dio.
v. 19 Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo…
Gesù usa un imperativo: “andate”. Nel suo comando chiede agli apostoli di “fare discepoli tutti i popoli”. Con la  stessa autorità che gli viene dal Padre, Gesù li invia a tutta l’umanità. È una chiamata a testimoniare la loro fede, a condividere la loro esperienza di fede, ad annunciare il Vangelo. Tale mandato il Signore lo affida, per mezzo degli apostoli, a tutta la Chiesa.

Cosa vuole dire fare discepoli tutti i popoli? Per l’evangelista Marco ci sono tre cose che caratterizzano il discepolo (cf. Mc 3,14-15). Innanzitutto stare con Gesù, avere cioè un rapporto personale con lui, che è una persona concreta da conoscere, da ascoltare, a cui parlare, da amare. Le altre due caratteristiche sono: predicare e scacciare i demòni. In altre parole il discepolo deve fare quello che ha fatto Gesù. Ma perché possa compiere questa missione deve coltivare stabilmente un rapporto di amicizia sincera, autentica con il Signore.

…battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo…

“I mezzi che abbiamo per «fare discepoli» sono principalmente il Battesimo e la catechesi. Ciò significa che dobbiamo condurre le persone che stiamo evangelizzando a incontrare Cristo vivente, in particolare nella sua Parola e nei Sacramenti: così potranno credere in Lui, conosceranno Dio e vivranno della sua grazia” (Benedetto XVI). Alla luce di queste parole del Papa emerito comprendiamo meglio come il v. 19 del testo di Matteo non voglia proprio indicare un rito liturgico da fare, ma piuttosto esortare a “immergere” gli uomini nel mistero trinitario, così che ogni battezzato porti il nome della Trinità, il nome di Dio, quindi appartenga a Dio, abbia in sé il sigillo della Sua identità, sia a tutti gli effetti figlio di Dio, come Cristo, attraverso Cristo per la presenza dello Spirito Santo.

v. 20 …insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo”.
Un verbo che appare per la prima volta in Matteo è quello di insegnare. Gesù per la prima volta autorizza i suoi discepoli ad insegnare. Non si tratta però di insegnare una dottrina ma una pratica: infatti devono insegnare “a osservare tutto ciò che io vi ho comandato”.
Insegnare a osservare che cosa? A vivere l’alleanza con Dio, da figli di Dio. Manifestare nella vita e con la vita la presenza dell’amore di Dio stesso; vivere, attraverso la pratica concreta delle Beatitudini, l’amore trinitario, nel quale il discepolo, divenuto credente, è stato immerso.
L’evangelista Matteo aveva iniziato il suo Vangelo con l’annucio che Gesù è l’Emmanuele, “il Dio con noi” (cf. Mt 1,23). Adesso lo conclude con quest’altro annuncio, l’ultimo e definitivo: “Io sono con voi tutti i giorni”. Tale annuncio ci fa comprendere che la missione appartiene a Cristo e non alla Chiesa. E Gesù stesso assicura che accompagnerà personalmente la “sua” missione “fino alla fine del mondo”, cioè in ogni momento e in ogni situazione.
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CUSTODIAMO LA PAROLA

“Andate e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo” (vv. 19-20).

Battezzare significa letteralmente immergere. Ecco cosa ci viene chiesto: immergere le persone con cui veniamo in contatto nell’amore del Padre che ama fino alla follianell’amore dello Spirito che vivifica e feconda ciò che non ha vita, nell’amore del Figlio che salva dalla disperazione chiunque si fosse perduto. Per questo battezzare  non può significare solo far scendere un po’ d’acqua sulla testa del catecumeno. Le nostre relazioni improntate al servizio, le parole pronunciate con mitezza, le carezze e gli abbracci concessi, le offese perdonate, il male non restituito, tutta la nostra vita donata gratuitamente, tutto questo è battezzare gli uomini nel Dio Trinità.

E l’altro invito: “Insegnate loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato” (v. 20) non significa solo moltiplicare catechismi dove s’insegnano comandamenti con il semplice ordine di osservarli. Perché è molto facile trasmettere dottrine, e ancor di più comandare. La cosa difficile è mostrare il Vangelo vissuto in pienezza e con gioia. Certo, costa molta fatica testimoniare con la propria vita la bellezza che affascina e trascina, la gioia dirompente e trasformante del Vangelo. Per questo abbiamo ridotto il cristianesimo ad una morale e il Vangelo ad un codice di comportamento.

Gesù ci chiede di insegnare tutto ciò che ci ha comandato, ma noi sappiamo che ci ha lasciato un solo comandamento: quello dell’amore (cf. Gv 13,34). Insegnare significa letteralmente “lasciare il segno”. Questo è il segno che dobbiamo lasciare nelle nostre relazioni: il segno dell’amore. Gli uomini e le donne che ci incontrano, dovrebbero essere segnati, cioè risollevati, guariti nell’anima, con più fiducia in se stessi, perdonati, rigenerati dal nostro modo di relazionarci con loro.

Solo se ci avranno sentito dalla loro parte, se ci avranno percepito “con loro”, allora anche noi sentiremo il Dio Trinità dalla nostra parte: “Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo” (v. 20). Infatti l’unico modo per sperimentare Dio come il “Dio-con- noi” è fare in modo che i fratelli ci sentano “con loro”. E solo risuscitando i fratelli alla vita piena potremo sperimentare il Risorto nella nostra vita.

PREGHIAMO LA PAROLA
Dio, Padre della vita,
Gesù, Salvatore del mondo,
Spirito Santo, amore irrefrenabile,
noi vi lodiamo e vi benediciamo,
per ogni scintilla di cielo
che donate alla nostra storia quotidiana;
per ogni goccia di vita
con cui irrorate i deserti della nostra anima;
per ogni raggio di luce
con cui rischiarate
le notti dei nostri cuori.  Amen.
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Commento al Vangelo di Pentecoste 2018 (Gv 15,26-27;16,12-15)

ASCOLTIAMO LA PAROLA

Gv 15 [26] Quando verrà il Paràclito, che io vi manderò dal Padre, lo Spirito della verità che procede dal Padre, egli darà testimonianza di me; [27] e anche voi date testimonianza, perché siete con me fin dal principio. Gv 16 [12] Molte cose ho ancora da dirvi, ma per il momento non siete capaci di portarne il peso. [13] Quando verrà lui, lo Spirito della verità, vi guiderà a tutta la verità, perché non parlerà da se stesso, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annuncerà le cose future. [14] Egli mi glorificherà, perché prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà. [15] Tutto quello che il Padre possiede è mio; per questo ho detto che prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà.

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MEDITIAMO LA PAROLA

In questo anno B il testo evangelico della solennità di Pentecoste è composto da due versetti in cui Gesù promette ai discepoli lo Spirito Santo (cf. Gv 15,26-27) e da altri quattro nei quali egli specifica l’azione dello stesso Spirito nel tempo della Chiesa (cf. Gv 16,12-15). 

Gesù è ancora a tavola con i suoi discepoli dopo la lavanda dei piedi (cf. Gv 13,1-20) e pronuncia parole di addio, perché è “venuta la sua ora di passare da questo mondo al Padre” (Gv 13,1). 

Sappiamo dai vangeli sinottici che Gesù aveva parlato dello Spirito Santo, disceso su di lui nel battesimo (per esempio, cf. Mc 1,10), e lo aveva promesso come dono ai discepoli, in particolare per l’ora della persecuzione (per esempio, cf. Mc 13,11), quando lo Spirito sarà la loro autentica difesa, “parlando in loro” e “insegnando loro ciò che occorre dire”. Ed ecco, la stessa promessa la troviamo nel vangelo secondo Giovanni (cf. Gv 14,26): quando verrà il Paráclito – l’avvocato difensore, il soccorritore e consolatore, lo Spirito di verità che Gesù, salito al Padre, invierà – allora lo Spirito darà testimonianza a Gesù, e così faranno i discepoli stessi, che hanno condiviso la vita con lui fin dall’inizio della sua missione, fin dal battesimo ricevuto da Giovanni. Ma anche i discepoli futuri di Gesù non potranno essere tali e dare testimonianza a lui se non accolgono il Vangelo, cioè la buona notizia di un Gesù-Uomo nato da donna, vissuto nella fragilità della carne, crocifisso e risorto da morte: un Gesù che è stato pienamente umano, e che ora vive nella gloria di Dio.

L’alito di Dio, che indica, in modo figurato, la vita di Dio che procede dall’intimo del suo essere; l’alito di Dio che è la forza creatrice con cui egli ha creato il cosmo (cf. Gen 1,2); quel soffio che è sceso in una donna – Maria – per permettere alla Parola di diventare “carne” (cf. Gv 1,14), Gesù Risorto lo soffierà sui discepoli dopo la sua resurrezione. La vita stessa di Dio, che è la vita di Gesù risorto, sarà vita anche nei discepoli e li renderà capaci a essere suoi testimoni. Anche nelle persecuzioni e nelle ostilità subite da parte del mondo, nella potenza dello Spirito, i cristiani continueranno a rendere testimonianza a Gesù. Questa è la funzione decisiva dello Spirito Santo che, come fu “compagno inseparabile di Gesù” (Basilio di Cesarea), dopo la glorificazione di Gesù diventa il “compagno inseparabile” di ogni cristiano. La parola che uscirà dalla bocca del discepolo di Gesù sarà voce dello Spirito Santo (cf. Gv 3,8), sarà parola profetica rivolta al mondo come testimonianza piena di forza, pur nella debolezza e nella fragilità della condizione dei discepoli.

Riguardo a questo soffio divino Gesù dice ancora qualche parola (cf. Gv 16,12-15). Egli è consapevole di aver narrato, spiegato (cf. Gv 1,18) Dio ai discepoli per alcuni anni con il suo comportamento e le sue parole, soprattutto amando i suoi fino alla fine (cf. Gv 13,1), ma sa anche che avrebbe potuto dire molte altre cose. Gesù sa che il discepolo impara a conoscerlo ogni giorno della sua vita, e che questa sua conoscenza progredisce sempre di più, fino al compimento dei suoi giorni.

Ognuno di noi lo sperimenta: più andiamo avanti nella vita personale e nella risposta alla chiamata del Signore nella storia, più lo conosciamo! Il Vangelo è sempre lo stesso, “Gesù Cristo è lo stesso ieri e oggi e per sempre” (Eb 13,8), non cambia, ma noi lo conosciamo meglio proprio vivendo la nostra storia e la storia del mondo. D’altronde, proprio il vangelo secondo Giovanni testimonia che i discepoli comprendono alcuni gesti di Gesù soltanto più tardi, dopo la sua morte e la sua resurrezione: erano stati incapaci di comprenderli nel momento del loro accadere (cf. Gv 2,22; 12,16), ma alla luce della Resurrezione si era aperta per loro la possibilità della comprensione.

Per questo Gesù confessa di non aver detto tutto: ha detto l’essenziale riguardo a Dio, quello che basta alla salvezza, ma la conoscenza è infinita. Ora Gesù è nel Regno con il Padre, ma lo Spirito Santo che egli invia ai discepoli ricorda loro le sue parole (cf. Gv 14,26), le approfondisce, rende comprensibile ciò che essi non hanno compreso su di lui in precedenza. E anche gli eventi della storia personale e sociale sono illuminati e compresi proprio grazie alla presenza dello Spirito Santo.

Si faccia però attenzione: lo Spirito Santo non è il “successore” di Cristo, non prende cioè il posto del Figlio, perché lo Spirito, che procede dal Padre, è anche lo Spirito del Figlio: questo significa l’affermazione: “Tutto quello che il Padre possiede è mio” (v. 15). Lo Spirito è inviato da Cristo ed è suo compagno inseparabile.

Dove c’è Cristo c’è lo Spirito e dove c’è lo Spirito c’è Cristo! E la parola di Dio è sempre la stessa: in Mosè, nei Profeti e nei Salmi (cf. Lc 24,44) c’è un’unica parola di Dio, uscita dalla sua bocca insieme al suo soffio e diventata “carne” in Gesù.

Leggendo la Pentecoste alla luce di queste parole di Gesù scritte nel quarto vangelo, oggi confessiamo che l’alito, il soffio di vita di Dio è il soffio di Cristo, è lo Spirito Santo, ed è il nostro soffio di cristiani: un soffio che scende su di noi e in noi costantemente e che, soprattutto nell’eucaristia, ci rinnova, donandoci la remissione di tutti i nostri peccati, abilitandoci all’evangelizzazione – che è sempre testimonianza resa a Gesù Cristo (cf. Lc 24,48; At 1,8) – e rafforzandoci nelle persecuzioni e nelle prove.

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CUSTODIAMO LA PAROLA

“Quando verrà lui, lo Spirito della verità, vi guiderà a tutta la verità” (v. 13).

Su di noi grava un’ignoranza mortale e rischiamo di vivere in una inconsapevolezza totale.

Abbiamo perso la verità su noi stessi, e per sapere chi siamo ci affidiamo spesso a “voci” che ci portano lontano dalla nostra verità.

Dentro la parte più intima di noi è tuttavia presente una voce col compito di ripeterci, attraverso il ritmo del respiro, la nostra verità più profonda, di pronunciare il nostro vero nome. E, se ce ne dimentichiamo, non dobbiamo scoraggiarci: questa presenza comunque rimane dentro di noi, ad attenderci.

È molto importante sapere chi siamo, perché l’uomo agisce in base a ciò che è. L’agire segue sempre l’essere.

Una vita consumata in superficie non potrà mai definirsi, vivrà di emozioni, sarà “agitata” e perciò non libera; tutt’al più vivace ma mai vivente.

Occorre scendere, scendere nella parte più nascosta del nostro essere, e lì fare silenzio, facendo tacere tutte le immagini, le parole, i pensieri, i sogni sul futuro e i rimpianti del passato, per arrivare a prendere coscienza di una Presenza che da sempre ci attende, nascosta come un tesoro nei fondali d’un oceano (cf. Mt 13,44).

Questa presenza è lo Spirito, lo stesso che aleggiava sulla terra agli inizi della creazione (cf. Gn 1,2) ed ora è sangue del mio sangue, carne della mia carne, “aria dei miei polmoni e anima dell’anima mia” (J. Green).

Nella stanza più intima del mio palazzo interiore (santa Teresa di Gesù) scopro la presenza amante che narra la mia verità più profonda: sono figlio amato, imbevuto della forza del Risorto, strappato alla morte, promesso alla felicità eterna.

Vivere fuori di questa stanza interiore, vivere nella inconsapevolezza significa perdere il centro, vuol dire allontanarsi dalla propria identità; darsi in pasto ad una massa di voci che adulano per sbranare, o arrendersi a pronunciare come idioti il nostro stesso nome per finire annegati nel mare dell’io, alla stessa maniera di Narciso, che rimase folgorato nel cortocircuito d’un amore fallito.

Mi piace, a questo punto, citare un grande asceta indiano, il quale, rivolgendosi alla propria anima, diceva così: «Come un pescatore di perle, o anima mia, tuffati. Tuffati nel profondo, tuffati ancora più giù e cerca! Forse non troverai nulla la prima volta. Come un pescatore di perle, o anima mia, senza stancarti, persisti e persisti ancora. Tuffati nel profondo, sempre più giù, e cerca! Quelli che non sanno il segreto si burleranno di te e tu sarai rattristato. Ma non perdere il coraggio, pescatore di perle, o anima mia! La perla di gran valore è proprio là nascosta, nascosta proprio in fondo. È la tua fede che ti aiuterà a trovare il tesoro e che permetterà che quello che era nascosto sia infine rivelato. Tuffati nel profondo, tuffati ancora più giù, come un pescatore di perle, o anima mia. E cerca, cerca senza stancarti» (Swami Paramananda).

PREGGHIAMO LA PAROLA

Spirito di Dio,

amore che penetri la storia e ogni vita,

vieni, vieni in noi, e riempici di te.

Penetra ciò che siamo:

penetra ogni più minuscolo spazio di noi,

ogni più piccolo angolo buio,

ogni capriccio, ogni pensiero,

ogni scelta mossa dall’io e non da Dio.

Spirito di Dio,

amore che fai brillare la vita,

vieni e spingici:

spingici oltre noi stessi,

oltre il nostro piccolo mondo…

verso Dio, verso gli altri.  Amen.

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