La giustizia “eccessiva” dell’amore

“Se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei,
non entrerete nel regno dei cieli” (Mt 5,20)


🔥 Invoco lo Spirito Santo

Dio, nostro Padre
manda su di noi il tuo Spirito Santo
perché spenga il rumore delle nostre parole
faccia regnare il silenzio dell’ascolto
e accompagni la tua Parola
dai nostri orecchi fino al nostro cuore.
Così incontreremo Gesù Cristo
e conosceremo il suo amore.  Amen.


📜 Leggo Mt 5,17-37

17 Non crediate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non sono venuto ad abolire, ma a dare pieno compimento. 18 In verità io vi dico: finché non siano passati il cielo e la terra, non passerà un solo iota o un solo trattino della Legge, senza che tutto sia avvenuto. 19 Chi dunque trasgredirà uno solo di questi minimi precetti e insegnerà agli altri a fare altrettanto, sarà considerato minimo nel regno dei cieli. Chi invece li osserverà e li insegnerà, sarà considerato grande nel regno dei cieli.
20 Io vi dico infatti: se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli.
21 Avete inteso che fu detto agli antichi: Non ucciderai; chi avrà ucciso dovrà essere sottoposto al giudizio. 22 Ma io vi dico: chiunque si adira con il proprio fratello dovrà essere sottoposto al giudizio. Chi poi dice al fratello: “Stupido”, dovrà essere sottoposto al sinedrio; e chi gli dice: “Pazzo”, sarà destinato al fuoco della Geènna.
23 Se dunque tu presenti la tua offerta all’altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualche cosa contro di te, 24 lascia lì il tuo dono davanti all’altare, va’ prima a riconciliarti con il tuo fratello e poi torna a offrire il tuo dono.
25 Mettiti presto d’accordo con il tuo avversario mentre sei in cammino con lui, perché l’avversario non ti consegni al giudice e il giudice alla guardia, e tu venga gettato in prigione. 26 In verità io ti dico: non uscirai di là finché non avrai pagato fino all’ultimo spicciolo!
27 Avete inteso che fu detto: Non commetterai adulterio. 28 Ma io vi dico: chiunque guarda una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio con lei nel proprio cuore.
29 Se il tuo occhio destro ti è motivo di scandalo, cavalo e gettalo via da te: ti conviene infatti perdere una delle tue membra, piuttosto che tutto il tuo corpo venga gettato nella Geènna. 30 E se la tua mano destra ti è motivo di scandalo, tagliala e gettala via da te: ti conviene infatti perdere una delle tue membra, piuttosto che tutto il tuo corpo vada a finire nella Geènna.
31 Fu pure detto: “Chi ripudia la propria moglie, le dia l’atto del ripudio”. 32 Ma io vi dico: chiunque ripudia la propria moglie, eccetto il caso di unione illegittima, la espone all’adulterio, e chiunque sposa una ripudiata, commette adulterio.
33 Avete anche inteso che fu detto agli antichi: “Non giurerai il falso, ma adempirai verso il Signore i tuoi giuramenti”. 34 Ma io vi dico: non giurate affatto, né per il cielo, perché è il trono di Dio, 35 né per la terra, perché è lo sgabello dei suoi piedi, né per Gerusalemme, perché è la città del grande Re. 36 Non giurare neppure per la tua testa, perché non hai il potere di rendere bianco o nero un solo capello. 37 Sia invece il vostro parlare: “Sì, sì”, “No, no”; il di più viene dal Maligno.


🔍​ Colgo il messaggio nel contesto

Proseguendo il nostro percorso nel capitolo 5 di Matteo, entriamo ora nel “cuore” dottrinale del Discorso della Montagna. Se i versetti precedenti (13-16: «Voi siete il sale… voi siete la luce») parlavano dell’identità del discepolo, questi versetti (17-37) definiscono la nuova etica che il discepolo di Cristo è chiamato a vivere.

✅​ 17-19. Gesù sente il bisogno di fare una premessa fondamentale per evitare malintesi: non è un rivoluzionario che distrugge il passato, ma l’interprete definitivo che lo porta a pienezza. Egli è venuto a confermare la Legge (la Torah), ma ne sposta il baricentro dall’osservanza esteriore all’intenzione del cuore. Il “pieno compimento” è l’amore vissuto alla Sua maniera.

20. Questo versetto è la chiave di volta di tutto il capitolo: “Se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei…”.
Gli scribi e i farisei erano i “professionisti” dell’osservanza. Gesù non chiede di fare “più cose” di loro (quantità), ma di farle in “modo diverso” (qualità).
La giustizia dei farisei è formale (non uccidere); la giustizia di Gesù è radicale (non adirarti).

21-37. Questi versetti contengono le prime quattro delle sei “antitesi” (le ultime due riguardano la legge del taglione e l’amore per i nemici). Qui Gesù parla con un’autorità superiore a quella di Mosè. Non dice “Dio mi ha detto”, ma usa la formula solenne: “Ma io vi dico”. Lo schema è sempre lo stesso:
1. tesi antica: “Avete inteso che fu detto…” (la Legge di Mosè);
2. antitesi di Gesù: “Ma io vi dico…” (il compimento).

C’è un legame strettissimo con quello che abbiamo analizzato nei versetti 13-16:
per essere sale della terra, non basta non uccidere; bisogna essere uomini di riconciliazione che lasciano l’offerta all’altare per correre dal fratello (vv. 23-24);
per essere luce del mondo, il nostro parlare deve essere limpido (“Sì, sì; no, no”), senza bisogno di giuramenti che nascondano ambiguità (v. 37).

Notiamo un linguaggio molto duro (cavare l’occhio, tagliare la mano). Nel contesto del capitolo 5, queste non sono mutilazioni fisiche da prendere alla lettera, ma immagini della radicalità necessaria per non “perdere il sapore”. Gesù sta dicendo che la Sua sequela richiede scelte drastiche: meglio rinunciare a qualcosa di caro (un desiderio, un’abitudine, un orgoglio) che perdere l’integrità del Regno.

Spunto per la riflessione: in questo brano Gesù “alza l’asticella”. Non gli basta che io sia un “buon cittadino” che non va in tribunale; Egli vuole che io sia un figlio che non insulta il fratello.

Curiosità: il termine “iota” (v. 18) si riferisce alla yod (י), la lettera più piccola dell’alfabeto ebraico. Gesù sta dicendo che anche il dettaglio apparentemente più insignificante della volontà di Dio ha un peso infinito se letto con la lente dell’amore.

Alla luce di questa Parola, chi è Gesù e chi è la Chiesa?

Gesù è:
la Parola che da’ pieno compimento alla Legge. Egli non si pone come un oppositore di Mosè, ma come Colui che ne rivela il fine ultimo. Egli è la “chiave di lettura” di tutta la Scrittura. Senza di Lui, la Legge è un guscio vuoto di precetti; con Lui, diventa Spirito che da’ la vita;
il nuovo Mosè. Usando la formula “Ma io vi dico”, Gesù esercita un’autorità divina. Non dice “Così dice il Signore”, come i profeti, ma parla in nome proprio. Egli è il Dio che, dopo aver dato la Legge sul Sinai, ora la scrive nei cuori sul Monte delle Beatitudini;
Colui che guarda al Cuore. Egli non si accontenta dell’apparenza. Gesù è il giudice e il medico delle intenzioni: per Lui il peccato non è solo l’atto compiuto (omicidio, tradimento), ma il seme che lo genera (l’ira, l’egoismo).

La Chiesa è:
la comunità chiamata a superare la giustizia del mondo. Se la giustizia del mondo è “non fare il male”, la giustizia della Chiesa è “fare il bene in modo radicale”. Non basta non uccidere! La Chiesa è il luogo dove si elimina il disprezzo (“stupido”, “pazzo”) a favore del rispetto ;
la comunità della riconciliazione. Un tratto distintivo della Chiesa è la priorità del fratello sul rito. Gesù dice: “Lascia lì il tuo dono… va’ prima a riconciliarti”. La Chiesa è dunque quel popolo che considera la comunione fraterna come il vero culto gradito a Dio. Non c’è liturgia valida se il cuore è in guerra con il fratello;
la comunità della radicalità. Essa è chiamata a una potatura costante (l’occhio da cavare, la mano da tagliare). Questo descrive una comunità che sa rinunciare a ciò che è “lecito” o “caro” pur di non perdere la comunione con Dio. È una Chiesa che lotta contro la mediocrità e tutto ciò che impedisce ai cristiani di entrare nel Regno;
la comunità dove si custodisce sempre e comunque l’altro. Nelle antitesi sull’adulterio e sul ripudio, la Chiesa emerge come la custode della dignità dell’altro. Non si possiede l’altro con lo sguardo, non si scarta l’altro con un atto legale. La Chiesa è lo spazio della fedeltà che imita quella di Cristo.


😌 Medito

Gesù «non viene ad abolire la Legge, ma a portarla alla sua pienezza». La Legge indica il bene e condanna il male, ma da sola resta incompiuta, perché l’uomo, segnato dal peccato, non riesce a viverla pienamente. Gesù è il primo che realizza davvero la volontà di Dio: in lui la Legge smette di essere parola astratta e diventa vita vissuta. Le cosiddette “antitesi” del discorso non sono contro la Legge, ma ne rivelano il senso profondo, il “cuore”: l’amore.

Neanche il più piccolo dettaglio della Legge è trascurabile, perché l’amore autentico si manifesta proprio nelle attenzioni minime. Chi ama non vive la Legge come peso, ma la compie liberamente, perché è guidato dall’amore e non dalla paura. Al contrario, chi non ama sente le norme come impossibili o cerca il modo di aggirarle. La vera grandezza di una persona non sta nella precisione formale, ma nel «fare e insegnare» ciò che nasce dall’amore.

Per entrare nel Regno non basta conoscere la Legge o osservarla esteriormente. Scribi e farisei rappresentano una giustizia corretta ma limitata. Gesù chiede una giustizia “eccessiva”, cioè la giustizia del Padre: gratuita, misericordiosa, senza misura. L’amore di Dio eccede ogni calcolo, e chi vuole vivere da figlio è chiamato a partecipare di questo eccesso.

Quando Gesù riprende il comandamento: «Non uccidere», lo porta alla radice interiore. L’omicidio nasce prima nel cuore: nell’ira, nel disprezzo, nella rottura della fraternità. Ogni volta che nego l’altro come fratello, ferisco anche la mia identità di figlio. Il disprezzo e la demonizzazione dell’altro preparano la violenza: prima lo si svuota di dignità, poi lo si può eliminare senza rimorso. Per questo la riconciliazione è urgente: prima ancora del culto religioso viene la fraternità. Non si può cercare il Padre ignorando il fratello.

La vita diventa allora un cammino continuo di riconciliazione. Avere ragione o torto passa in secondo piano: ciò che conta è ristabilire la relazione. Restare nella logica del debito e della rivalsa imprigiona; passare alla logica del dono e del perdono libera.

Anche il comandamento sull’adulterio viene interiorizzato. Non basta evitare il gesto esterno: lo sguardo che riduce l’altro a oggetto di possesso tradisce già la relazione. L’amore coniugale è presentato da Gesù innanzitutto come comunione reciproca, che è immagine di quella trinitaria. Spezzare questa comunione significa ferire la verità profonda dell’uomo, chiamato a vivere nell’amore fedele. L’indissolubilità proposta da Gesù non è solo una norma, ma un dono: nasce dall’esperienza di essere amati senza condizioni. Tuttavia il testo evangelico di Matteo riconosce la fragilità concreta delle persone e invita a un discernimento pastorale fatto di misericordia, pazienza, accompagnamento e comprensione. I principi sono veri, ma devono sempre servire alla salvezza delle persone; non devono servire per schiacciarle.

Sul giuramento Gesù va ancora oltre: chiede una parola talmente vera da non aver bisogno di garanzie esterne. La parola umana è chiamata a essere trasparente come il cuore: “sì” quando è sì, “no” quando è no. La menzogna divide; la verità crea comunione. La parola può costruire o distruggere: è guida della vita personale e sociale. Usata male, diventa strumento di manipolazione; usata bene, apre alla verità che libera.

Il brano si chiude con un invito al silenzio. La parola vera nasce dal silenzio e ritorna al silenzio. Solo chi sa tacere può ridare peso e verità alle parole. In un mondo rumoroso e saturo di discorsi, recuperare il silenzio significa recuperare la possibilità di una comunicazione autentica, capace di unire invece che dividere.

🤔​ Rifletto

👉 Nella verità silenziosa del mio cuore, sto lasciando che l’amore del Padre trasformi il mio modo di guardare, parlare e vivere, oppure sto ancora difendendo aspetti di me che resistono alla fraternità?


🙏 Prego

Signore Gesù,
tu non sei venuto ad abolire la legge,
ma a portarla a compimento con l’amore concreto.
Noi invece ci fermiamo solo alle parole,
perché non abbiamo il coraggio di viverlo.

Donaci il tuo stesso sguardo,
perché sappiamo riconoscere ogni uomo come fratello.
Sciogli l’ira che ci abita,
guarisci i nostri giudizi duri,
riconciliaci con chi teniamo ancora a distanza.

Donaci un cuore capace di perdono,
perché senza fraternità non possiamo essere figli del Padre.

Rendi vera la nostra parola,
semplice come la tua:
“sì” quando è “sì”, “no” quando è “no”.
Liberaci dalla paura di essere feriti
e insegnaci la libertà di amare donandoci senza riserve.

Fa’ che la nostra giustizia sia amare senza misura,
e la nostra vita diventi Vangelo vissuto.

Amen.

💪​ Il mio impegno


Carmelo Vitellino
16-02-2026
VI Domenica del Tempo Ordinario

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