
“O Dio, abbi pietà di me peccatore”
(Lc 18,13))
Sabato 14 marzo 2026
III settimana di Quaresima
Esiste una preghiera che ci chiude in una stanza di specchi e una che ci apre uno squarcio nel cielo. Spesso pensiamo che pregare sia presentare a Dio un rendiconto dei nostri successi, ma la parabola del fariseo e del pubblicano ci svela una verità scomoda: l’orgoglio, anche quello religioso, ci rende luminosi di una luce fredda che non scalda nessuno. Solo quando riconosciamo le nostre incrinature, permettiamo alla grazia di irrompere e di perdonarci davvero.
🔥 Invoco lo Spirito Santo
Dio, nostro Padre
manda su di noi il tuo Spirito Santo
perché spenga il rumore delle nostre parole
faccia regnare il silenzio dell’ascolto
e accompagni la tua Parola
dai nostri orecchi fino al nostro cuore.
Così incontreremo Gesù Cristo
e conosceremo il suo amore.
Amen.
📜 Leggo Luca 18,9-14
9 Disse ancora questa parabola per alcuni che avevano l’intima presunzione di essere giusti e disprezzavano gli altri: 10 “Due uomini salirono al tempio a pregare: uno era fariseo e l’altro pubblicano. 11 Il fariseo, stando in piedi, pregava così tra sé: “O Dio, ti ringrazio perché non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adùlteri, e neppure come questo pubblicano. 12 Digiuno due volte alla settimana e pago le decime di tutto quello che possiedo”. 13 Il pubblicano invece, fermatosi a distanza, non osava nemmeno alzare gli occhi al cielo, ma si batteva il petto dicendo: “O Dio, abbi pietà di me peccatore”. 14 Io vi dico: questi, a differenza dell’altro, tornò a casa sua giustificato, perché chiunque si esalta sarà umiliato, chi invece si umilia sarà esaltato”.
😌 Medito
Gesù racconta la parabola del fariseo e del pubblicano per rivolgersi a chi si sente perfetto e guarda gli altri con superiorità. Il cuore dell’insegnamento non è solo la preghiera, ma il pericolo di costruire il proprio rapporto con Dio basandosi sul confronto con il prossimo invece che sulla verità di se stessi.
I due protagonisti sono figure agli opposti: il fariseo è un uomo religioso impeccabile e stimato da tutti, mentre il pubblicano è un peccatore pubblico, odiato per il suo lavoro. Nonostante compiano lo stesso gesto di andare al tempio, i loro atteggiamenti sono diversi. Il fariseo «prega tra sé», elencando i propri meriti. Il suo grave errore non sta, ovviamente, nelle buone azioni che compie, ma nel fatto che le usa per dichiararsi superiore agli altri. La sua preghiera diventa un modo per elogiare se stesso, restando chiuso nel proprio orgoglio che lo separa sia dagli altri che da Dio.
Il pubblicano, invece, rimane in disparte, non osa alzare gli occhi e chiede solo perdono per i propri peccati. La sua è una preghiera povera e senza scuse, che non offre a Dio successi ma solo la propria fragilità e il proprio fallimento. Questa sua sincerità permette a Dio di usargli misericordia, proprio perché in lui non c’è alcuna presunzione.
Gesù ribalta il giudizio comune affermando che è il peccatore a tornare a casa riconciliato con Dio. Questo avviene perché il pubblicano si è affidato a Dio, mentre il fariseo è rimasto chiuso nella sua convinzione di non aver bisogno di nulla. La lezione è profonda: «Chiunque si esalta sarà umiliato, chi invece si umilia sarà esaltato». Cioè: chi si mette su un piedistallo viene abbassato, mentre chi ha l’umiltà di riconoscersi bisognoso del perdono di Dio viene da Lui sollevato.
L’umiltà, dunque, non è un modo per stimarsi meno di quanto si vale, ma per accettare la realtà dei fatti: tutto è dono di Dio e la vita non si fonda sulla competizione con gli altri. Questa parabola ci sfida a guardare dentro di noi, riconoscendo che entrambi i personaggi abitano nel nostro cuore. Siamo invitati a non fidarci solo delle nostre buone opere, ma a presentarci a Dio con sincerità, sapendo che siamo figli amati ma fragili. Solo quando smettiamo di confrontarci con gli altri, presumendo di essere superiori, la misericordia di Dio può raggiungerci, rialzarci e trasformarci davvero.
🤔 Rifletto
❓Quando prego o rifletto sulla mia vita, cerco conferme nei miei successi (“ho fatto questo, sono riuscito in quest’altro…”) oppure ho il coraggio di presentarmi davanti a Dio nella mia “nudità”, portando a Lui anche le mie fragilità?
❓Faccio caso a quante volte, guardando gli altri, il mio primo pensiero è: “Io, almeno, non sono come lui/lei”?
👉 Quel pensiero, apparentemente innocuo, è ciò che mi separa dagli altri e mi chiude in un isolamento rigido.
👉 L’umiltà non è disprezzo di sé, ma è verità su di sé. È riconoscere che tutto ciò che di buono c’è in me è un dono, non un merito conquistato. Sono un figlio amato, ma fragile.
❓Sento come questa consapevolezza non mi abbatte, ma anzi mi rialza e mi giustifica?
🙏 Prego
Signore Gesù,
quante volte anch’io cerco di consolarmi
pensando di essere migliore di altri.
Insegnami, invece, a rivolgermi a te
con il cuore sincero del pubblicano,
che sa di aver bisogno del tuo perdono.
Fa’ che la mia preghiera
non sia un momento di vanto,
ma un incontro d’amore con Te,
dove riconosco con umiltà la mia piccolezza
e accolgo la tua infinita misericordia.
Amen.
💪 Mi impegno
Oggi cercherò la pace nell’affidarmi sinceramente alla misericordia di Dio così come sono.
💝 Custodisco nel cuore
| Non sono i miei meriti a rendermi giusto, ma la misericordia di Dio accolta con umiltà. |

Carmelo Vitellino
14-03-2026
