‘Alzati, prendi la tua barella e cammina”
(Gv 5,8)

Martedì 17 marzo 2026
IV settimana di Quaresima


L’uomo è ancora disteso, ma la luce della Parola di Cristo ha già raggiunto il suo cuore: è l’istante in cui, prima ancora di alzarsi, nasce dentro di lui il desiderio di guarire.


🔥 Invoco lo Spirito Santo

Dio, nostro Padre
manda su di noi il tuo Spirito Santo
perché spenga il rumore delle nostre parole
faccia regnare il silenzio dell’ascolto
e accompagni la tua Parola
dai nostri orecchi fino al nostro cuore.
Così incontreremo Gesù Cristo
e conosceremo il suo amore.

Amen.


📜 Leggo Giovanni 5,1-16

1 Dopo questi fatti, ricorreva una festa dei Giudei e Gesù salì a Gerusalemme. 2 A Gerusalemme, presso la porta delle Pecore, vi è una piscina, chiamata in ebraico Betzatà, con cinque portici, 3 sotto i quali giaceva un grande numero di infermi, ciechi, zoppi e paralitici. 5 Si trovava lì un uomo che da trentotto anni era malato. 6 Gesù, vedendolo giacere e sapendo che da molto tempo era così, gli disse: “Vuoi guarire?”. 7 Gli rispose il malato: “Signore, non ho nessuno che mi immerga nella piscina quando l’acqua si agita. Mentre infatti sto per andarvi, un altro scende prima di me”. 8 Gesù gli disse: “Àlzati, prendi la tua barella e cammina”. 9 E all’istante quell’uomo guarì: prese la sua barella e cominciò a camminare.
Quel giorno però era un sabato. 10 Dissero dunque i Giudei all’uomo che era stato guarito: “È sabato e non ti è lecito portare la tua barella”. 11 Ma egli rispose loro: “Colui che mi ha guarito mi ha detto: “Prendi la tua barella e cammina””. 12 Gli domandarono allora: “Chi è l’uomo che ti ha detto: “Prendi e cammina”?”. 13 Ma colui che era stato guarito non sapeva chi fosse; Gesù infatti si era allontanato perché vi era folla in quel luogo. 14 Poco dopo Gesù lo trovò nel tempio e gli disse: “Ecco: sei guarito! Non peccare più, perché non ti accada qualcosa di peggio”. 15 Quell’uomo se ne andò e riferì ai Giudei che era stato Gesù a guarirlo. 16 Per questo i Giudei perseguitavano Gesù, perché faceva tali cose di sabato.


😌 Medito

Attorno alla piscina di Betzatà giace una moltitudine di malati: ciechi, storpi, paralizzati. È l’immagine della condizione umana quando la vita sembra bloccata e ogni speranza dipende da un evento raro e imprevedibile.

Giovanni annota un dettaglio che può passare inosservato: la piscina è circondata da cinque portici. È una descrizione reale del luogo, ma un’interpretazione spirituale ci fa vedere in questo particolare anche un possibile valore simbolico. I cinque portici possono essere letti come un richiamo ai cinque libri della Legge: il Pentateuco. Sotto la Legge, buona e necessaria, giace però un’umanità ferita, che cerca di rialzarsi da sola, senza riuscirci. La Legge, in effetti, orienta, guida, ma non ha in sé la forza di guarire. Per questo, sotto quei portici, l’attesa si prolunga, finché non arriva Gesù.

Al centro della scena emerge un uomo paralizzato da trentotto anni. Il numero non è casuale. Richiama un tempo lunghissimo, quasi una vita intera consumata nell’immobilità. Gesù lo vede e, sapendo che è lì da molto tempo, gli rivolge una domanda sorprendente: «Vuoi guarire?». Non chiede che cosa gli sia successo, né quanto soffra. Gli chiede se desidera guarire davvero. Non sempre il cambiamento è scontato. A volte ci si abitua persino alla propria paralisi.

La risposta dell’uomo è significativa. Non dice “sì”. Racconta la sua solitudine: «Non ho nessuno che mi immerga nella piscina». Il suo problema non è solo fisico, è relazionale. È solo, senza qualcuno che lo accompagni, senza una mano tesa nel momento decisivo. Inoltre, vive dentro una logica competitiva: mentre lui cerca di arrivare, un altro scende prima. La guarigione appare come una corsa, una lotta tra poveri, dove non tutti possono vincere.

Gesù spezza questa logica e gli rivolge una parola che restituisce dignità e responsabilità: «’Alzati, prendi il tuo lettuccio e cammina».

Il fatto che la guarigione avvenga in giorno di sabato apre il conflitto. Per i Giudei, il problema non è l’uomo che cammina dopo trentotto anni, ma il lettuccio trasportato in un giorno dove è proibita qualsiasi attività.

L’uomo guarito, interrogato dai Giudei, non difende Gesù, anzi non sa nemmeno chi sia. La sua fede è iniziale, fragile. Solo più tardi Gesù lo incontra nel tempio e gli rivolge una parola che apre a una guarigione più profonda: «Non peccare più, perché non ti accada qualcosa di peggio». Non è una minaccia, ma un invito a non tornare a una vita interiore paralizata. La vera guarigione non è solo tornare a camminare, ma entrare in una vita nuova.

Questo brano ci invita a scrutare le nostre paralisi, quelle situazioni cioè che durano da anni: abitudini che sembrano immutabili, ferite che hanno scavato dentro di noi una profonda rassegnazione. Non si tratta solo di grandi peccati o di scelte clamorosamente sbagliate. Spesso la paralisi prende la forma di convinzioni di questo tipo: “sono fatto così”, “non cambierò mai”. Alla fine ci si abitua alla propria situazione di paralisi interiore, a non camminare, a non rischiare, a non desiderare più di cambiare vita.

La domanda di Gesù: «Vuoi guarire?», non chiede se siamo stanchi di soffrire, perché quello lo siamo quasi sempre. Chiede se desideriamo veramente una vita nuova, con tutto ciò che questo comporta. Guarire significa anche perdere alcune sicurezze, uscire da ruoli ormai consolidati, smettere di definirci a partire da ciò che ci manca o da ciò che ci ha feriti. A volte la paralisi protegge, perché evita il rischio di fallire di nuovo, di esporsi, di assumere responsabilità che fanno paura.

Il paralitico racconta il suo problema, spiega perché non ce la fa, descrive ciò che manca. È un linguaggio che conosciamo bene: anche noi spieghiamo le ragioni della nostra immobilità, spesso vere, spesso dolorose, ma che finiscono per diventare una giustificazione stabile. Gesù non contesta queste ferite, ma non si lascia intrappolare da esse. Non entra nella logica dell’attesa infinita, né in quella del “quando le condizioni saranno favorevoli”. La sua parola rompe il cerchio: «’Alzati».

Gesù chiede di camminare, restituisce forza, ma affida anche una responsabilità. Il lettuccio, che prima era un rifugio e rappresentava la propria identità, ora va portato. È il passato che non viene negato, ma non può più essere il luogo in cui restare distesi.

Questo brano ci aiuta a riconoscere che la vera paralisi è la rinuncia a cambiare, è l’idea che il Vangelo sia bello ma non praticabile fino in fondo, è l’abitudine a vivere sotto i “portici”, protetti ma fermi. Gesù passa anche oggi accanto a queste nostre paralisi spirituali con una parola che ci apre al futuro con speranza. Egli non ci promette che il cammino sarà facile, ma ci rende possibile ciò che sembrava definitivamente bloccato e insanabile.

🤔​ Rifletto

❓Voglio davvero guarire, o mi sono ormai abituato alle mie paralisi spirituali?


🙏 Prego

Signore Gesù,
tu che passi accanto alla mia vita e mi guardi con verità,
tu che conosci le mie paralisi e le mie paure più nascoste,
donami il coraggio di rispondere alla tua domanda: «Vuoi guarire?».

Liberami dalla rassegnazione che mi tiene fermo,
dalle abitudini che mi impediscono di cambiare,
dalla paura di lasciare ciò che, anche se mi fa male, mi è familiare.

Rialzami con la tua Parola,
quando da solo non trovo la forza di farlo.
Insegnami a prendere in mano la mia vita,
senza restare prigioniero del passato.

E guidami verso una libertà nuova,
dove posso finalmente camminare con te.

Amen.


💪​ Mi impegno

Oggi mi fermo qualche minuto in silenzio e mi chiedo con sincerità: qual è la mia “paralisi” che mi tiene bloccato in questo momento della vita? Poi faccio un piccolo gesto concreto che vada nella direzione opposta: una scelta, una parola, un passo che da tempo rimando. Infine, durante la giornata, riprendo nel cuore la parola di Gesù: «Alzati!», e provo a viverla lì dove oggi mi costa di più.


💝 Custodisco nel cuore

Non sono la mia paralisi.
Posso alzarmi, un passo alla volta. E ogni passo, anche il più piccolo, è già un inizio.

Carmelo Vitellino
17-03-2026