
Un mito fondativo, non una favola del passato
Prendiamo in considerazione il famoso racconto di Caino e Abele, che tutti abbiamo nella memoria e che viene subito dopo quello, ancora più famoso, di Adamo ed Eva. Questi due racconti, nei primi capitoli della Genesi, occupano un posto particolare: sono una sorta di mito fondativo per la fede ebraica e per quella cristiana.
Cosa significa “mito fondativo”? Vuol dire che, anche se siamo abituati a leggerli come racconti storici, ci riportano all’«In principio» che in realtà accade ogni giorno. Non dobbiamo, quindi, guardare a questi testi come a favolette di un passato remoto, ma come a uno specchio davanti al quale possiamo esaminare la nostra umanità.
Genesi 3: la paura nata dalla libertà
Il racconto del frutto proibito ci dice che, quando abbiamo cominciato a essere liberi – Dio ci ha fatto questo grande dono – ci siamo spaventati subito. Appena commesso un errore, ci siamo nascosti, e Dio ha cominciato a chiederci: “Dove sei?”. Così nasce la paura: la proviamo perché siamo liberi, e la libertà è il più grande “spavento” che Dio ci ha regalato, perché essere liberi è faticoso. Sembra facile, ma in realtà è molto difficile: quando facciamo qualcosa di sbagliato, ci viene voglia di sotterrarci. È l’esperienza di Adamo ed Eva, ma è anche la nostra esperienza. Nel nostro cuore, quando sbagliamo, abbiamo l’impressione di non avere più diritto di esistere. Questo è ciò che ci racconta Genesi 3.
Genesi 4: il trauma della differenza
Genesi 4 analizza un altro grande trauma di cui soffriamo tutti: quello che proviamo quando ci accorgiamo che accanto a noi c’è qualcuno diverso da noi. Quando sentiamo la storia di Caino e Abele tendiamo a fermarci a una conclusione alquanto semplicistica: Caino è il cattivo, Abele è il buono; Caino è il colpevole, Abele è l’innocente. Di conseguenza, cerchiamo di non comportarci come Caino. E qui si esaurisce, di solito, la nostra comprensione del racconto.
Dovremmo, invece, avere il coraggio di guardare bene la figura di Caino, perché noi siamo figli suoi, non di Abele – anche solo per la cronaca – dato che Abele muore e l’unico a continuare la specie è Caino. Dovremmo quindi fare l’anatomia di un parente: capire qual è il meccanismo, la dinamica di violenza in cui cade.
Lo sguardo che manca: un dettaglio del testo ebraico
Il motivo per cui a Caino scatta la violenza è noto: entrambi i fratelli presentano un’offerta a Dio, ma Dio gradisce quella di Abele e non quella di Caino. Caino si innervosisce e si chiede: perché? Leggendo il testo in lingua ebraica, ci si può accorgere di un dettaglio interessante: in realtà non si dice – nel testo originale ebraico – che Dio gradisce l’offerta di Abele, ma che guarda l’offerta di Abele e non guarda quella di Caino. Non si tratta dunque di una vera discriminazione, ma di un’attenzione che ricade innanzitutto ed esclusivamente su Abele.
Questo rivela tutta l’attualità del racconto. Pensiamo a quante volte, mentre stiamo semplicemente facendo qualcosa della nostra vita, la “telecamera” si accende su chi sta al nostro fianco; pensiamo, cioè, a tutte le situazioni in cui non ci sentiamo guardati, considerati, al centro dell’attenzione, mentre qualcun altro accanto a noi vive proprio quell’attenzione che a noi, invece, non viene concessa.
La sindrome di Caino
Ecco la sindrome di Caino: non sentirsi al centro dell’attenzione, anche facendo qualcosa che a noi sembra giusto. Per questo la voglia di eliminare il fratello, per Caino, è un atto di giustizia: è un regolamento di conti. Caino se la prende con Abele perché pensa che non sia giusto. Dio tenta di dialogare con lui, gli dice di tenere a bada quell’istinto. Ma Caino chiama il fratello in campagna e lo uccide.
Da qui in poi accade qualcosa di molto interessante: Dio non impedisce l’omicidio, ma fa tutto il possibile perché Caino non si suicidi, dato che cade in un profondo senso di colpa e dice: “La mia colpa è troppo grande, ora uccideranno anche me”. Dio, allora, traccia un segno su di lui e dice: “Chi toccherà Caino subirà la vendetta sette volte”. È un racconto strano, su cui vale la pena riflettere, oggi: ci chiede la fatica di identificarci con Caino, cioè con la sua dinamica interiore.
Le due radici della violenza
Vorrei sottolineare due aspetti che ci riguardano da vicino.
Il primo: la violenza fraterna nasce quando ci sembra di non avere l’attenzione che meritiamo, quando non ci sentiamo considerati abbastanza.
Il secondo emerge scavando ancora nel testo: c’è una piccola differenza tra le due offerte. Caino dà semplicemente i frutti della terra; Abele dà i primogeniti del suo gregge. In quell’aggettivo possessivo (“suo”) sta forse tutta la differenza: Caino fa un’offerta generica, Abele tira fuori qualcosa di proprio.
Alcuni commentatori hanno osservato con acutezza che Dio non guarda l’offerta di Caino per un motivo ben preciso: se lo avesse fatto, gli avrebbe dato conferma di una paura che Caino stesso già portava dentro, quella di non valere nulla. Quasi un gesto fatto per il suo bene, come farebbe un buon padre.
Mettendo insieme questi due elementi – la sensazione di non essere considerati e il sospetto di non avere niente di buono da offrire – abbiamo una chiave per capire gran parte della rabbia o, addirittura, della violenza che proviamo anche noi. Spesso, quando ci arrabbiamo o, addirittura, arriviamo al punto di usare violenza, dovremmo avere la pazienza e l’umiltà di chiederci: perché sto provando questo? Qual è l’origine del meccanismo che si è innescato dentro di me? Il testo biblico sembra suggerirci che la causa sia spesso una di queste due: sentirci poco considerati da Dio, dalla vita, oppure sentirci poveri, perché pensiamo di avere poco o nulla da offrire.
Forse il motivo per cui l’umanità fa ancora tanta fatica a diventare una fraternità universale è che ciascuno di noi porta nel proprio cuore una bomba che non riesce a disinnescare. Se non siamo disposti a fare quest’opera di “bonifica”, continuiamo a essere violenti senza nemmeno rendercene conto.
Il Qoelet: non siamo fatti per stare da soli
Dobbiamo davvero custodire l’altro? C’è un libro bellissimo della Bibbia – il Qoelet – che usa due immagini meravigliose per affermare che noi, essere umani, non siamo per natura esseri individuali e che, quindi, non possiamo realizzarci da soli.
La prima immagine: non è bene camminare da soli in montagna, perché se uno cade e si fa male, l’altro può prenderlo sulle spalle e portarlo con sé; se non c’è nessuno, muore da solo in montagna.
La seconda immagine: è meglio dormire in due in un letto che da soli, perché se di notte hai freddo, l’altro ti può riscaldare.
Con queste due immagini il Qoelet scioglie ogni dubbio: pensare di poter vivere da soli – come ci suggerisce una certa mentalità contemporanea – è davvero un delirio da cui dobbiamo prendere le distanze. Ovviamente questo non giustifica l’eventuale idea che dobbiamo costringere l’altro a relazionarsi ad ogni costo con noi. Il punto veramente problematico è un altro: concepire la nostra vita come qualcosa che possediamo da soli. Questa è la follia: pensare che esistiamo perché la vita è nostra.
Noi, al contrario, esistiamo perché Qualcuno ce lo sta permettendo, e restiamo vivi nella misura in cui la nostra vita la condividiamo con qualcun altro. Senza gli altri, la nostra vita sarebbe incompleta. Ecco perché gli altri non possono essere ridotti ad un semplice accessorio oppure ad un semplice ornamento. Noi siamo come tessere di un mosaico o di un puzzle, e non “monadi” – isole – alla maniera del filosofo Leibniz.
«Mai senza l’altro», amava affermare Chiara Lubich.
Per la nostra riflessione
Concludo con una domanda tanto semplice, quanto esigente: come possiamo essere, oggi, custodi gli uni degli altri? Un interrogativo, questo, che rappresenta una delle sfide più urgenti del nostro tempo.

Carmelo Vitellino
22-06-2026
