Non è mai troppo tardi… per Dio

Domenica 20 settembre 2026
XXV Domenica del Tempo Ordinario


🔥 Invoco lo Spirito Santo

Dio, nostro Padre
manda su di noi il tuo Spirito Santo
perché spenga il rumore delle nostre parole
faccia regnare il silenzio dell’ascolto
e accompagni la tua Parola
dai nostri orecchi fino al nostro cuore.
Così incontreremo Gesù Cristo
e conosceremo il suo amore.   

Amen.


👀​ Leggo Matteo 20,1-16  

«Il regno dei cieli è simile a un padrone di casa che uscì all’alba per prendere a giornata lavoratori per la sua vigna. Si accordò con loro per un denaro al giorno e li mandò nella sua vigna. Uscito poi verso le nove del mattino, ne vide altri che stavano in piazza, disoccupati, e disse loro: “Andate anche voi nella vigna; quello che è giusto ve lo darò”. Ed essi andarono. Uscì di nuovo verso mezzogiorno, e verso le tre, e fece altrettanto. Uscito ancora verso le cinque, ne vide altri che se ne stavano lì e disse loro: “Perché ve ne state qui tutto il giorno senza far niente?”. Gli risposero: “Perché nessuno ci ha presi a giornata”. Ed egli disse loro: “Andate anche voi nella vigna”.
Quando fu sera, il padrone della vigna disse al suo fattore: “Chiama i lavoratori e da’ loro la paga, incominciando dagli ultimi fino ai primi”. Venuti quelli delle cinque del pomeriggio, ricevettero ciascuno un denaro. Quando arrivarono i primi, pensarono che avrebbero ricevuto di più. Ma anch’essi ricevettero ciascuno un denaro. Nel ritirarlo, però, mormoravano contro il padrone dicendo: “Questi ultimi hanno lavorato un’ora soltanto e li hai trattati come noi, che abbiamo sopportato il peso della giornata e il caldo”.
Ma il padrone, rispondendo a uno di loro, disse: “Amico, io non ti faccio torto. Non hai forse concordato con me per un denaro? Prendi il tuo e vattene. Ma io voglio dare anche a quest’ultimo quanto a te: non posso fare delle mie cose quello che voglio? Oppure tu sei invidioso perché io sono buono?”.
Così gli ultimi saranno primi e i primi, ultimi».


😌 Medito

«Il Regno dei cieli è simile a un padrone di casa che uscì all’alba per prendere a giornata lavoratori per la sua vigna». È importante notare che Gesù non dice semplicemente che il Regno dei cieli è simile al padrone della vigna, ma a tutto ciò che accade nella parabola: sono le chiamate, gli incontri, il lavoro, la paga e soprattutto la bontà del padrone nel loro insieme che ci rivelano qualcosa del modo di agire di Dio.

Il «padrone di casa» è colui che esce. È lui che prende l’iniziativa. Questa uscita del padrone può richiamare il mistero dell’Incarnazione: Dio decide di uscire, di comunicarsi, di rendersi partecipe della nostra vita. È Lui che viene verso di noi, è Lui che ci cerca, è Lui che ci chiama. Tutta la parabola è segnata da questo continuo uscire del padrone.

Qui c’è un aspetto che riguarda anche noi. Entrare a far parte della Chiesa significa, paradossalmente, imparare a uscire. Non siamo chiamati a chiuderci dentro le nostre sicurezze, ma a uscire verso gli altri, verso le periferie della vita, verso chi è lontano, verso chi ancora non ha incontrato il Vangelo. Il modo cristiano di stare nella Chiesa è un modo di «uscire»: uscire per incontrare, servire, annunciare e condividere.

Il padrone esce per prendere lavoratori per la sua vigna. La vigna richiama Israele: “La vigna del Signore degli eserciti è la casa d’Israele” (Is 5,7).

Oggi quella vigna siamo anche noi: la Chiesa. Cristo stesso si è fatto vigna, diventando la vite vera alla quale noi siamo uniti come tralci: “Io sono la vite, voi i tralci” (Gv 15,1). Cristo si è unito a noi così profondamente come la vite è unita ai suoi tralci. La vigna, allora, non è semplicemente un luogo di lavoro, ma il luogo della comunione con Dio e della partecipazione alla sua vita.

Il fatto che il padrone abbia bisogno di lavoratori a più riprese fa capire che il tempo della raccolta si avvicina. La giornata giunge al termine e alla sera arriva il momento della paga. È il padrone stesso della vigna – il kyrios (Signore) – a presiedere questo momento.

Con i primi lavoratori il padrone si accorda per un denaro al giorno e li manda nella sua vigna. Il «denaro» era la paga giornaliera dell’operaio, quella necessaria per vivere quella giornata insieme alla propria famiglia.

Il padrone esce poi verso le nove del mattino e vede altri lavoratori in piazza, disoccupati. Dice loro: «Andate anche voi nella vigna; quello che è giusto ve lo darò».

Questa continua uscita del padrone rivela qualcosa di Dio: non si stanca di chiamare. Esce continuamente, cerca continuamente, coinvolge continuamente. Non lascia le persone ferme nella piazza della vita.

Il padrone continua a uscire: a mezzogiorno, poi alle tre. E ogni volta ripete lo stesso invito. Dio continua a chiamare e non smette di coinvolgere l’uomo nella sua opera.

C’è però un’ultima uscita, forse la più sorprendente. Sono ormai le cinque del pomeriggio. La giornata sta per finire e il padrone vede ancora alcune persone ferme in piazza. Chiede loro: «Perché ve ne state qui tutto il giorno senza far niente?». Essi rispondono: «Perché nessuno ci ha presi a giornata». E il padrone dice loro: «Andate anche voi nella vigna».

A prima vista questa chiamata sembra non avere senso: manca ormai pochissimo alla fine della giornata. Eppure il padrone li chiama lo stesso. In quella domanda – «Perché ve ne state qui tutto il giorno senza far niente?» – non c’è un rimprovero, ma una preoccupazione: il padrone si preoccupa di chi è rimasto fuori.

Queste persone non sono rimaste ferme perché non volevano lavorare, ma perché nessuno le aveva chiamate, nessuno aveva avuto interesse per loro. E il padrone, anche quando ormai è quasi tramonto, decide di dare loro un posto nella vigna.

Nella vigna del Signore c’è posto per tutti: nessuno è chiamato troppo tardi.

Poi arriva la sera. Il padrone della vigna dice al fattore: «Chiama i lavoratori e da’ loro la paga, incominciando dagli ultimi fino ai primi».

Qui comincia la seconda parte della parabola: si passa dalla chiamata al lavoro alla distribuzione della paga. E il padrone decide di cominciare proprio dagli ultimi.

I lavoratori delle cinque del pomeriggio ricevono ciascuno un denaro. È una sorpresa! Hanno lavorato soltanto un’ora e ricevono la paga intera della giornata. A questo punto quelli che hanno lavorato fin dall’alba cominciano a fare i loro calcoli. Pensano: se a questi che hanno lavorato così poco è stato dato un denaro, noi certamente riceveremo molto di più.

Ma quando arriva il loro turno ricevono anch’essi un denaro.

Qui emerge la distanza tra la logica dell’uomo e quella di Dio. I primi lavoratori ragionano secondo una giustizia distributiva: più lavoro, più ricompensa. Eppure il padrone non ha fatto loro alcun torto: ha mantenuto esattamente la promessa fatta all’inizio.

Il problema è che essi non riescono ad accettare che il padrone sia stato buono anche con gli altri. Non soffrono per ciò che hanno ricevuto; soffrono perché gli altri hanno ricevuto quanto loro.

Il Vangelo di questa domenica ci porta così davanti a una verità profonda che spesso ci sfugge: il dono di Dio non è calcolato sulla quantità delle nostre opere. Dio è amore e, quando dona, dona tutto. È giunto a dare il suo Figlio, come afferma Giovanni: “Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna” (Gv 3,16).

Questo dono raggiunge tutti, anche chi arriva all’ultima ora. Ed è proprio questo atteggiamento di gratuità che Gesù ci invita a imitare.

Il cristiano non è chiamato semplicemente a fare delle cose per Dio, ma a entrare nella logica del dono, che Dio per primo ci ha manifestato.

Ed ecco allora la reazione dei primi lavoratori: «Nel ritirarlo, però, mormoravano contro il padrone».

Anche noi possiamo ritrovarci dentro questo atteggiamento di mormorazione: il brontolio, il risentimento, il confronto, il desiderio di avere qualcosa in più possono abitare il nostro cuore. Possiamo arrivare a sentirci quasi autorizzati a chiedere a Dio una ricompensa maggiore perché abbiamo pregato di più, lavorato di più, servito di più.

Ma in questo modo rischiamo di trasformare Dio in una specie di datore di lavoro e la fede in un rapporto commerciale. Non possiamo ridurre Dio a una merce da ottenere in cambio delle nostre opere.

La mormorazione nasce da uno sguardo malato, da quello che il padrone chiamerà un «occhio cattivo».

Gli operai della prima ora dicono: «Questi ultimi hanno lavorato un’ora soltanto e li hai trattati come noi, che abbiamo sopportato il peso della giornata e il caldo».

Il problema non è la paga, perché hanno ricevuto esattamente ciò che era stato concordato. Il vero problema è l’invidia. Ciò che li irrita è che non venga riconosciuta una differenza tra loro e gli ultimi. Ciò che li fa indignare è vedere che il padrone è buono e generoso con gli altri.

La loro invidia assomiglia a quella di coloro che si ritengono giusti di fronte a un Dio che perdona il peccatore.

Ma il Vangelo ci rivela che Dio chiama nella sua vigna a qualsiasi ora e chiunque. Chiunque ha tutto il tempo necessario per rispondere alla sua chiamata.

La risposta del padrone è decisa e decisiva: «Amico, io non ti faccio torto. Non hai forse concordato con me per un denaro? Prendi il tuo e vattene. Ma io voglio dare anche a quest’ultimo quanto a te: non posso fare delle mie cose quello che voglio? Oppure tu sei invidioso (letteralmente: “hai un occhio cattivo”) perché io sono buono?».

Il padrone non ha fatto torto a nessuno: chi ha lavorato un’intera giornata riceve esattamente quanto era stato concordato. Ma il padrone, nella sua assoluta libertà, vuole essere generoso anche con gli ultimi.

È come se dicesse: non hai ancora capito che la mia logica è quella della gratuità? Io non sono un padrone che paga in proporzione alle prestazioni. Io sono un Padre che dona.

Gli operai della prima ora dovrebbero allora imparare a guardare diversamente la loro stessa giornata. Dovrebbero essere contenti di aver potuto lavorare tutto il giorno nella vigna, di non essere rimasti fuori, di aver avuto la possibilità di vivere tutta la giornata accanto al padrone. Dovrebbero essere contenti di aver potuto servire, produrre frutto, collaborare all’opera del Signore. Per questo non possono pretendere nulla: possono soltanto benedire, ringraziare e accogliere.

La conclusione della parabola è netta: «Così gli ultimi saranno primi e i primi, ultimi».

Gli ultimi diventano primi perché hanno accolto la grazia. I primi, invece, rischiano di diventare ultimi perché hanno continuato a guardare se stessi, il proprio io e il proprio tornaconto. Non hanno compreso che l’amore di Dio non ha la nostra misura, perché è infinito.

La parabola ci invita allora a cambiare il nostro sguardo. Non dobbiamo guardare continuamente quanto fanno gli altri, quanto ricevono gli altri, quando sono arrivati gli altri e perché Dio è stato buono con loro. Dobbiamo soltanto guardare la vigna che ci è stata affidata e vivere con gratitudine la chiamata che abbiamo ricevuto. Lavorare senza guardarci attorno.


🤔​ Rifletto

Forse la conversione a cui ci chiama oggi la parabola è proprio questa: smettere di guardarci attorno per confrontarci con gli altri e imparare a guardare il Signore che vuole affidarci un compito nella sua vigna. Non importa a che ora siamo stati chiamati. Non importa se abbiamo iniziato all’alba oppure alle cinque del pomeriggio. Importa accogliere la chiamata e vivere con gratitudine il tempo che ci è dato.

Alla fine scopriremo che il dono più grande non è ciò che riceviamo per il nostro lavoro, ma il fatto stesso di essere stati chiamati nella vigna. Il salario non è una ricompensa che Dio deve darci: il vero salario è la comunione con Lui.

E allora possiamo soltanto ringraziare il Signore perché continua a uscire, continua a cercarci, continua a chiamarci: anche quando pensiamo di essere arrivati tardi, anche quando ci sentiamo inutili, dimenticati o rimasti fuori. Il padrone della vigna non si dimentica di noi.


🙏 Prego

Signore, tu esci ogni giorno,
ci vieni incontro
e ci chiami nella tua vigna.

Liberaci dall’invidia
e dal confronto con gli altri,
dal desiderio di essere primi
e dalla pretesa di meritare di più.

Insegnaci a lavorare con gioia,
senza guardarci attorno,
grati di essere stati chiamati.

Quando ci sentiamo ultimi,
ricordaci che tu ci cerchi ancora
e ci dici: «Andate anche voi nella vigna».

Amen.


💝 Custodisco nel cuore la “buona notizia” del vangelo di oggi

Dio esce ancora, ci vede, ci chiama e ci dice: «Andate anche voi nella mia vigna».


Carmelo Vitellino
20-09-2026

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