Quando il “no” diventa un “sì”

Domenica 27 settembre 2026
XXVI Domenica del Tempo Ordinario


🔥 Invoco lo Spirito Santo

Dio, nostro Padre
manda su di noi il tuo Spirito Santo
perché spenga il rumore delle nostre parole
faccia regnare il silenzio dell’ascolto
e accompagni la tua Parola
dai nostri orecchi fino al nostro cuore.
Così incontreremo Gesù Cristo
e conosceremo il suo amore.   

Amen.


👀​ Leggo Matteo 21,28-32  

«Che ve ne pare? Un uomo aveva due figli. Si rivolse al primo e disse: “Figlio, oggi va’ a lavorare nella vigna”. Ed egli rispose: “Non ne ho voglia”. Ma poi si pentì e vi andò. Si rivolse al secondo e disse lo stesso. Ed egli rispose: “Sì, signore”. Ma non vi andò. Chi dei due ha compiuto la volontà del padre?». Risposero: «Il primo».
E Gesù disse loro: «In verità io vi dico: i pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio. Giovanni infatti venne a voi sulla via della giustizia, e non gli avete creduto; i pubblicani e le prostitute invece gli hanno creduto. Voi, al contrario, avete visto queste cose, ma poi non vi siete nemmeno pentiti così da credergli».


😌 Medito

La vigna, il padre e i due figli

Gesù racconta questa parabola rivolgendosi direttamente a coloro che lo ascoltano e si considerano giusti.

La parabola presenta due figli che sembrano comportarsi in modo opposto. Il primo dice di no, ma poi si pente e va nella vigna. Il secondo dice subito di sì, ma poi non va.

In realtà, i due figli siamo noi. E, in qualche modo, dentro ciascuno di noi possono esserci entrambi.

Il problema di fondo è il modo in cui guardiamo al padre. Spesso immaginiamo Dio come qualcuno che limita la nostra libertà, che impone regole, che chiede doveri e sacrifici. Pensiamo che per essere veramente liberi dobbiamo allontanarci da lui e fare ciò che vogliamo.

Ma anche il figlio che rimane nella casa del padre può avere la stessa immagine negativa di Dio. Esteriormente obbedisce, ma interiormente vive da schiavo, non da figlio. Dice sì, ma nel cuore c’è un no. Fa quello che gli viene chiesto, ma non perché si sente amato dal padre: lo fa perché pensa di “doverlo” fare.

Entrambi, dunque, hanno un’immagine sbagliata del padre.

«Figlio!»

C’è però una parola che non dobbiamo lasciar passare inosservata: «Figlio».

Il padre non si rivolge a uno schiavo, ma a un figlio. Questa è la nostra vocazione fondamentale: essere figli.

Accettare di essere figli significa riconoscere che la nostra vita è un dono ricevuto, che non siamo noi il principio di noi stessi. Abbiamo ricevuto tutto: la vita, noi stessi, il mondo, gli altri.

Noi invece spesso vorremmo non dover ricevere nulla, non avere nessuno sopra di noi, essere completamente autonomi. E così facciamo fatica ad accettare Dio come Padre.

Ma essere figli non è una limitazione: è la nostra vera identità.

E proprio perché siamo figli, siamo anche fratelli. Se riconosco di aver ricevuto la vita come dono, allora sono mandato verso gli altri per condividere questo dono.

Per questo il padre dice: «Oggi va’ a lavorare nella vigna».

La vigna è il popolo di Dio e il lavoro nella vigna consiste nel portare frutto. E il frutto che Dio desidera è l’amore verso i fratelli.

Essere figli significa dunque vivere da fratelli. E quando? Oggi.

Non domani e non ieri. Ogni giorno siamo chiamati a vivere concretamente la nostra identità di figli e di fratelli.

«Non voglio»

Il primo figlio risponde: «Non ne ho voglia».

È una risposta negativa, ma almeno è sincera. Questo figlio non nasconde quello che ha dentro.

Forse anche noi dobbiamo avere il coraggio di riconoscere i nostri “no”. Non abbiamo sempre voglia di vivere come figli, di servire, di essere umili, di perdonare, di essere miti, di amare gratuitamente.

A volte preferiamo prendere piuttosto che dare, dominare piuttosto che servire, competere piuttosto che condividere.

Il primo figlio non nasconde la sua cattiva volontà. Ed è proprio questa sincerità che gli permette di cambiare.

Infatti, dopo aver detto no, «si pentì e vi andò». Ha riconosciuto che il suo rifiuto non corrispondeva alla sua vera vocazione. Ha scoperto che essere figlio significa vivere nella relazione con il padre e con i fratelli.

Il suo no, quindi, non è l’ultima parola.

«Sì, Signore, ma poi non va»

Il secondo figlio risponde invece: «Sì, Signore».

Sembra la risposta giusta. Ma quel sì non diventa vita.

Forse non ha il coraggio di dire di no. Forse teme il padre. Forse pensa di essere obbligato a obbedire. Dice sì con le labbra, ma il suo cuore è lontano dal padre.

È possibile anche per noi dire tanti “sì” a Dio, senza che quei sì producano qualcosa nella nostra vita.

Possiamo dire di credere, pregare, partecipare alla vita della Chiesa; possiamo parlare di Dio e, nello stesso tempo, non vivere la fraternità, il perdono, la misericordia, il servizio e l’amore.

Si può dire sì a Dio con le parole e continuare a vivere come se gli avessimo detto no.

Per questo la parabola ci invita a una grande onestà con noi stessi. Dobbiamo avere il coraggio di riconoscere ciò che realmente abita nel nostro cuore, senza camuffarlo.

Forse dietro alcuni nostri sì c’è ancora un no. E riconoscerlo non deve spaventarci. Può essere, al contrario, l’inizio di un cammino nuovo.

«Chi dei due ha compiuto la volontà del padre?»

Gli ascoltatori (i capi dei sacerdoti e gli anziani del popolo) rispondono: «Il primo».

Ma proprio mentre danno questa risposta, si trovano davanti alla loro stessa verità.

Essi hanno riconosciuto che non basta dire sì: bisogna fare la volontà del Padre.

Ed è qui che Gesù pronuncia una parola molto forte: «I pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel Regno di Dio».

Perché?

Non perché pubblicani e prostitute siano migliori o perché il loro comportamento sia approvato. Ma perché hanno riconosciuto la propria realtà di peccatori e hanno accolto l’invito alla conversione.

Hanno creduto a Giovanni, che veniva «nella via della giustizia».

Il problema degli interlocutori di Gesù, invece, è proprio quello di non riconoscere di avere bisogno di conversione. Si considerano già a posto e, proprio per questo, non sentono più il bisogno di cambiare.

La dignità di dire: «Ho sbagliato»

C’è una cosa che la parabola ci insegna con particolare forza: riconoscere di avere sbagliato non è una sconfitta.

Al contrario, dire: «Ho sbagliato» è una delle più grandi espressioni della dignità dell’uomo.

Chi riconosce il proprio errore può cambiare, può prendere una strada nuova, può diventare più libero.

La fede non consiste nel sentirsi perfetti, senza errori, ma piuttosto nel vedere la propria distanza da Dio e lasciarsi raggiungere dal suo amore gratuito.

La cecità che diventa luce

La parabola dei due figli ci ricorda anche l’esperienza di Paolo sulla via di Damasco. Paolo viene raggiunto da una luce e scopre, paradossalmente, di essere cieco.

La luce gli rivela la sua cecità: ecco il paradosso.

Anche noi possiamo pensare di vedere e, invece, essere dei poveri ciechi. Possiamo essere così sicuri di essere nel giusto da non accorgerci più della distanza che esiste tra ciò che diciamo e ciò che viviamo.

Per questo la parabola ci aiuta a vedere ciò che normalmente preferiremmo nascondere.

La verità può far male, ma fa anche bene: soltanto quando riconosciamo ciò che siamo realmente – peccatori – possiamo iniziare un cammino di vero cambiamento.

Giovanni e l’invito alla conversione

Gesù conclude ricordando Giovanni: «È venuto a voi Giovanni nella via della giustizia e non gli avete creduto».

Giovanni aveva annunciato la conversione. Alcuni, come i pubblicani e le prostitute, hanno accolto il suo invito. Altri, pur avendo visto le opere di Gesù, non si sono convertiti.

Il problema non è quindi soltanto vedere: si può vedere e non cambiare. Non è soltanto ascoltare: si può ascoltare e non lasciarsi trasformare. Non è soltanto conoscere: si può conoscere la Parola e continuare a vivere come prima.

La parabola ci invita invece a lasciar cadere le foglie che nascondono ciò che siamo, proprio come il fico senza frutto, che Gesù aveva indicato poco prima (vedi Mt 21,18-19).

Quando cadono le foglie, finalmente si vede la verità. E vedere la verità davanti all’amore di Dio è una benedizione.


🤔​ Rifletto

Questa parabola ci chiede di guardarci dentro con sincerità: qual è il mio vero rapporto con Dio?

È quello di un figlio che si sente amato oppure quello di uno schiavo che obbedisce soltanto per paura o per dovere?

Quante volte il mio sì è soltanto sulle labbra?

E quanti no, che oggi nascondo nel cuore, potrebbero, attraverso un cammino di conversione, diventare finalmente un sì?

Non dobbiamo avere paura di riconoscere i nostri no. Il primo figlio ci insegna che un no sincero può diventare, attraverso il pentimento, un sì vissuto.

La vera conversione comincia quando smettiamo di nasconderci e accettiamo di vedere la nostra verità davanti a Dio.

E allora scopriamo che Dio non ci aspetta per condannarci, ma per riportarci alla nostra identità più profonda: quella di figli amati.


🙏 Prego

Signore,
tu conosci i miei «sì» e i miei «no»,
quello che dico e quello che realmente vivo.

Donami il coraggio di riconoscere la mia verità
senza paura e senza nascondermi.

Fa’ cadere le foglie dietro cui mi nascondo
e aiutami a vedere ciò che sono realmente davanti a te.

Quando il mio cuore dice no,
insegnami a non disperare,
ma a lasciarmi raggiungere dalla tua misericordia.

Ricordami ogni giorno che sono tuo figlio
e che la mia vita trova senso
quando diventa amore per i fratelli.

Fa’ che il mio no di oggi
possa diventare, attraverso il tuo amore,
un sì vissuto.

Amen.


💝 Custodisco nel cuore la “buona notizia” del vangelo di oggi

Oggi posso trasformare il mio «no» in un «sì».


Carmelo Vitellino
27-09-2026

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